Ciao, Marco!

In morte di Marco Pannella (1930 – 2016)

 

Dalai_Lama_with_Marco_Pannella

Marco Pannella ed il Dalai Lama, da https://www.wikiwand.com/it/Marco_Pannella

 

“Tu sei un rivoluzionario. Io amo invece gli obiettori, i fuori-legge del matrimonio, i capelloni sottoproletari anfetaminizzati, i cecoslovacchi della primavera, i nonviolenti, i libertari, i veri credenti, le femministe, gli omosessuali, i borghesi come me, la gente con il suo intelligente qualunquismo e la sua triste disperazione. Amo speranze antiche, come la donna e l’uomo; ideali politici vecchi quanto il secolo dei lumi, la rivoluzione borghese, i canti anarchici e il pensiero della Destra storica. Sono contro ogni bomba, ogni esercito, ogni fucile, ogni ragione di rafforzamento, anche solo contingente, dello Stato di qualsiasi tipo, contro ogni sacrificio, morte o assassinio, soprattutto se “rivoluzionario”. Credo alla parola che si ascolta e che si dice, ai racconti che ci si fa in cucina, a letto, per le strade, al lavoro, quando si vuol essere onesti ed essere davvero capiti, più che ai saggi o alle invettive, ai testi più o meno sacri ed alle ideologie. Credo sopra ad ogni altra cosa al dialogo, e non solo a quello “spirituale”: alle carezze, agli amplessi, alla conoscenza come a fatti non necessariamente d’evasione o individualistici – e tanto più “privati” mi appaiono, tanto più pubblici e politici, quali sono, m’ingegno che siano riconosciuti. (…)
Non credo al potere, e ripudio perfino la fantasia se minaccia d’occuparlo.”

~ Marco Pannella. 1973

 

Marco, lo incontrai per la prima volta nel giugno 1967, quando passò da Verona con la Marcia della Pace (Milano – Friuli) e parlò in Valverde. Un Walter Peruzzi già in via di maionese cinese impazzita, gli rispose con garbo che non tutti gli eserciti erano cattivi: quelli Popolari, no (sic).

Poi Marco, i suoi Marchi (Boato et al.) e le sue combattive donne fecero esplodere tutta la stagione liberatoria dei diritti civili e dell’anti-integralismo cattolico finalmente all’offensiva, e vincente; un fruttuosissimo innesto sul ceppo AZIONISTA, LIBERAL-SOCIALISTA (P. d’Azione, Giustizia e Libertà, il primo L’Espresso) di origine; comune anche con me e quindi questo blog: Hannah Arendt, Massimo Cacciari, Albert Camus, Nicola Chiaromonte, Vittorio Foa, Ettore Gallo, George Orwell, Simone Weil, ecc.

Il PR di Marco, Emma e la loro pattuglia, con tanti dirigenti di vario livello e la “scuola quadri” (de facto) per tutti i partiti attorno al centro, è stata QUASI L’UNICA VOCE LIBERALE coerente di questa maledetta, retrocedente e  retrograda Italia sempre socialfascista (fin dal fascismo Risorgimentale in nuce). Che ha consciuto solo il liberalismo con Cavour e poi pochi casi di una vox clamans, da Vilfredo Pareto a Bruno Leoni.

Il riferimento a maggioranze sino allora silenziose di società civile coartata dallo Stato, assieme con la solidità di un radicamento nel pensiero liberale e lib-soc, fece sì che i “4 gatti” radicali esercitassero una enorme, spropositata e positiva influenza sul panorama devastato e “POST – NUCLEARE” del politicame  cristiano-integralista (sinistra e dx DC, gli infami di CL), ignorante, populista o totalitario italico.

Speriamo che almeno questa fiammella resti accesa dopo Pannella!

 

 

Letture liberali o no di Marco P.

Adriano Sofri: https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=10153445434136879&id=86556801878

 

Federico Punzi, sui funerali laici del 21 maggio:

Ha fatto bene Emma Bonino dal palco di Piazza Navona a ricordare che “Pannella nella sua vita è stato soprattutto irriso e deriso, quando non vilipeso” e che “alcuni omaggi postumi puzzano di ipocrisia”.

E Pannella in questi giorni ha dovuto subire da morto la banalizzazione e l’omologazione che aveva sempre strenuamente combattuto in vita. Lo scandalo inintegrabile è stato, da morto, integrato e normalizzato… Un sacrilegio…

@MarcoValerioLp Lo Prete
Il liberismo fiducioso di ‪#‎Pannella‬ https://t.co/kFKfVfUqjQ

@marcovaleriolp via @ilfoglio_it

Mario Sechi: Pannella l’amerikano, http://www.mariosechi.it/blog/2016/05/21/pannella-lamerikano/

 

 

Piercamillo Falasca:  https://www.facebook.com/piercamillo.falasca > https://www.facebook.com/piercamillo.falasca/posts/10153498737830966?pnref=story

A me piace ricordare tutte le cose per cui Marco ‪#‎Pannella‬ NON era amato dalla sinistra di un tempo (e da molta di quella attuale): era filo-israeliano, era filo-americano, era europeista quando la sinistra non lo era, era liberale in economia (ricordate i referendum liberisti degli Anni Novanta?), era per la separazione delle carriere della magistratura, era per la responsabilità civile dei magistrati. Pannella aveva parlato della necessità di costituire un “Partito Democratico” quando a sinistra c’era ancora il dissidio tra socialisti e comunisti. Pannella sdoganò Berlusconi quando in troppi parlavano semplicisticamente del fenomeno Berlusconi come di “fascismo” (senza sapere che, a passare anni a parlare di fascismo, poi quello arriva davvero). Pannella attaccava il consociativismo, i sindacati di lotta ma di governo, la pubblica amministrazione politicizzata. Ricordiamo soprattutto per questo, non solo per i diritti civili, perché queste sono battaglie da combattere ancora.

Bossi tiene il Cav. x le palle; a di Pietro son sfuggite quelle di SanFranceschini

SFUGGITE x IL ROTTO DELLA CUFFIA  — le palle di S. F-ini all’avido giustizialista, che credeva di averle già in pugno,  ma pur raddoppiando dal 4,4 all’8% non va all’incasso da nessuna parte, per ora ma pure mai più. Se gli altri non gli fan regali.

PARADOSSO delle scienze sociali: di Pietro, l’orribile orco Giustizialista (una disgrazia umana già come PM, ma come politico può far danni inenarrabili ed irreparabili a tutto il sistema, dopo quello criminale e gravissimo, impunito di aver spinto al suicidio il più grande imprenditore europeo, Gardini) è sì il vincitore quantitativo no. 1 (alla pari con l’Araba Fenice Bonino – Pannella), ma non porta a casa  proprio nulla. Il momento di grazia lo ha avuto nell’anno testè trascorso: ma il fatto di non aver mai preso posizione nella crisi (non essersi legato ad 1 intelligentsia di scienziati sociali, che in Italia abbonda, e sono orfani politicamente) lo ha bloccato a ciò che si merita: ad un voto di malavoglia, poco convinto, del “meno peggio” ed adesioni solo di personalità iper-opportuniste. Vedi la discussione che conduciamo su FB: http://bit.ly/ielFE

Nei polls dei mesi scorsi, idv sorpassava il 10% ed era ad un passo dal sorpasso del PD: ma questo ha energie politiche autentiche, “de soca” (di tradizione), che  idv se le sogna e non sa attrarre: solo malissimo guidate. E’ bastato un minimo di Francescanità del neo Segretario, e tali energie sono uscite allo scoperto almeno a difendere la base, se non ancora a contrattaccare  i proselitismi idv e Lega. Ora la parola spetta:

a) alla rinascita dell’ulivismo, si potrebbe pure richiamare Prodi – ma  è meglio di no, per far crescere una nuova classe dirigente;

b) basta con noemi: parliamo di 1 milione di non-noemi precarie e non tutelate da Sacconi. Sulla crisi delle classi medie e dei ceti deboli, una sinistra con le palle può benissimo prendere  un 10% di voti e passare in 1-2 anni: dall’attuale parità CD-CS appena sopra il 45%, ad un 55% a 35%, E’ facilissimo, con 1 governo che non ha ancora speso 1 solo € di stimolo fiscale. L’elettorato di Bossi terrà e si espanderà proprio per la crisi: ma una  politica efficace, incisiva e propositiva (nulla di massimalistico), legata alle  soggettvità e mobilitazioni sociali può portare a: fronte CS 55% (+10%), PDL 22% (-13) e Lega 15% (+5). Alle prox elezioni: Maroni o Tremonti candidato CD a Premier, e batterlo con un ticket   Bersani-Letta. Il vero ostacolo su questa strada è proprio di Pietro, e tutto lo spazio che gli è stato lasciato. Ma seppoffà.

nonnoenzo #elections Lo diceva il Ginaccio: l’è tutta da rifare (la politiha italiana) http://www.twitlonger.com/s…

massimo de carolis: il paradosso antropologico. Solibiopedia obietta: l’assioma e’ falso

The current state of knowledge is a moment in history, changing just as rapidly as the state of knowledge in the past has ever changed and, in many instances, more rapidly. (Jean Piaget)

L’ILLUSIONE OTTICA DELLA MUTAZIONE UMANA

MA CHE FILOSOFIA E’ QUESTA, che ha perso la passione per la Verità e s’imbroglia nei suoi linguaggi? Pare che voglia fare da cavia della sua grande scoperta del XX secolo, e sperimentare su se stessa un determinismo linguistico ASSOLUTO: senza gradi di libertà e  canali di comunicazione cross-linguistici; destinato in breve alla morte della massima entropia. Una filosofia assolutista, tutt’altro che dubitante e  relativista come l’accusano i Papi.

Esce oggi su il mattino di napoli, riprodotto sul blog dell’autore, questa bella recensione, ed invito alla lettura dell’ultimo libro di De Carolis, di grande  ambizione e vivo interesse intellettuale. Merita una discussione, che qui iniziamo.

massimo adinolfi,       http://azioneparallela.splinder.com/

03/01/2009

La mutazione umana

Si può fare un’ontologia del presente? L’espressione, che è di Michel Foucault, ha un carattere paradossale: indica un oggetto di studio – le forme di vita contemporanee, quel che sta capitando proprio ‘adesso’ – storico quant’altri mai; ma scomoda l’ontologia, cioè un sapere che si propone di delineare le strutture necessarie proprie di ogni ente in quanto tale: ieri come oggi, oggi come domani. Perché dunque il proposito di costruire un’ontologia del presente non sia solo un equivoco, occorre avanzare l’ipotesi che quel che accade oggi è l’annuncio di qualche profonda modificazione in corso, che tocca se non la natura in generale almeno la natura umana.
Alla natura umana, infatti, è dedicato l’ultimo libro di Massimo De Carolis, che aveva già condotto un’affascinante esplorazione del nostro tempo storico ne La vita nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (Bollati Boringhieri, 2004). Nel solco di quella ricerca si colloca ora Il paradosso antropologico (Quodlibet, 2008) [recensito anche su Il manifesto]. E se in quel volume era a tema il fatto, di per sé inquietante, che l’uomo è ormai l’oggetto di una potentissima ingegneria scientifica e tecnica, sul piano biologico (si pensi all’ingegneria genetica) come su quello cognitivo (si pensi agli studi sull’intelligenza artificiale), il nuovo libro verte sulle trasformazioni non meno preoccupanti che interessano sia la psiche individuale che i sistemi sociali.
L’approccio ‘ingegneristico’ delle moderne scienze dell’uomo risponde ad un’esigenza precisa: riprodurre tecnicamente quanto l’uomo compie naturalmente. Ora però, quel che appare specifico dell’uomo, quel che rappresenta un autentico paradosso, è la capacità di inventare, di interpretare, di non attenersi a schemi ripetitivi e fissi: tutto quello che insomma sembra sottrarsi in linea di principio alla possibilità di una mera codifica tecnica.
Orbene, per l’antropologia filosofica, il cui arco si distende da Aristotele ad Heidegger, questa capacità può essere rappresentata nei termini della facoltà di formare un mondo, che sarebbe propria dell’uomo e non dell’animale. Il termine ‘mondo’ va qui contrapposto ad ‘ambiente’. L’animale ha infatti un ambiente, cioè uno spazio nel quale si muove secondo schemi di azione e risposta fissati dal corredo di istinti proprio della sua specie; l’uomo invece è correlato a un mondo, cioè ad un ambito non già assegnato dalla natura alla specie umana, ma da essa ritagliato (inventato, appunto) secondo operazioni ‘culturali’ – la prima delle quali, ecco il paradosso, consiste proprio nell’invenzione della cultura.
Il cuore della ricerca di De Carolis consiste ora nel mostrare che la capacità specificamente umana di formare un mondo si è ridotta ormai alla più modesta capacità di formare nicchie, cioè mondi dentro mondi. Non solo mondi più piccoli, in verità, ma mondi in certa misura illusori, in cui ci si illude di poter ‘fabbricare’ la realtà, come prima accadeva solo nella dimensione del gioco o dell’arte (oppure, nei casi patologici, nei fenomeni di dissociazione psichica).
L’ipotesi di De Carolis è che la formazione di nicchie comporti un profondo riassestamento tanto dei sistemi sociali quanto dei sistemi psichici individuali. I quali erano prima organizzati secondo una linea di divisione ‘orizzontale’ che separava il sopra e il sotto, il piano simbolico e quello pulsionale, l’imperium rationis e l’imperium passionis. Al piano di sopra stavano la legge, la cultura, al piano di sotto stavano le etnie, gli interessi, gli egoismi sociali. Analogamente, sul piano individuale, di sopra stava il soggetto, la sua autonomia e la sua libertà; nel sottosuolo le pulsioni e gli istinti.
Questa ‘topica’ oggi non funziona più: la formazione di nicchie è frutto di una scissione non più orizzontale ma verticale, con la quale l’identità individuale si dissocia in una molteplicità di ruoli, mentre il mondo si suddivide in una molteplicità di spazi fra di loro isolati e protetti, la cui stabilità dipende dalla possibilità di tenere fuori da essi tutto il resto della realtà (o più radicalmente dalla possibilità di inventare una realtà ad hoc).
Il fascino di questa ricostruzione delle forme di vita contemporanee è indubbio: essa coglie infatti fenomeni molto diversi tra di loro, che interessano volta a volta l’etnologia critica di Ernesto De Martino e la psicanalisi di Freud e Winnicott, l’antropologia filosofica di Gehlen e Schmitt e le analisi linguistiche di Austin e Wittgenstein, riuscendo a ricondurre tutto questo materiale su un piano di comune intellegibilità.
Ma il terreno ultimo e decisivo su cui De Carolis si misura è quello politico: qui l’indagine intende mostrare l’obsolescenza di gran parte del lessico politico moderno, fondata su concetti (popolo, Stato, sovranità) per i quali si dovrebbe dire che, letteralmente, non c’è più spazio, nel senso che appunto lo spazio psichico e quello sociale si prospettano oggi secondo linee molto diverse da quelle moderne. Le nicchie tagliano trasversalmente le comunità di appartenenza tradizionali e non si lasciano ricondurre a denominatori comuni. La scommessa è così se prevarrà in esse solo il tratto della chiusura autoreferenziale, fino all’atrofizzazione dell’inventività propria della natura umana, o se invece non si possa formare, a partire da esse, “una nuova sfera pubblica”.
È una scommessa difficile, come ogni tentativo radicale di sporgersi oltre la cornice statuale moderna. Che per un verso appare logora, per l’altro rimane quella che ha meglio saputo assicurare, finora, una misura di uguaglianza giuridica tra gli uomini. Ma la consapevolezza che la posta in palio tocca la sfera politica perché tocca la radice antropologica dell’umano, quella, almeno, dovrebbe accompagnare ogni seria riflessione sul proprio tempo, che non rinunci a comprenderlo in pensieri.
(Il Mattino, però questa volta nella pagina 19 della cultura)

Perche’ abbiamo aperto il post con QUELLA frase di un (forse del) padre fondatore delle bioscienze sociali evolutive (l’oggetto di questo blog), Jean Piaget?

A noi, e non parlo personalmente, ma a noi comunità internazionale dei Technology Scholars (David, Dosi, Freeman, Teece, ecc.), questo assioma Heideggeriano della Età della Tecnica pare, e’ sempre parso del tutto infondato empiricamente e fattualmente. Una Marcusianata.

Sarebbe del resto da meravigliarsi, un’eccezione che per una volta scienza e  filosofia concordassero su 1 cosa. Non esiste nessuna Età di tal genere, e la nuova storia non eurocentrica degli ultimi 20 anni lo conferma a valangate di evidenza –  anche dal passato. Che si aggiungono alle conoscenze via via  più precise sul presente – che sgorgano dalla analisi scientifica, non pregudiziale, delle mutazioni tecnologiche e della loro diffusione negli usi, che svolgono le migliaia di membri della comunità degli science & technology scholars. Nelle due riviste-guida Research  Policy e la più giovane ma già adulta Industrial & Corporate Change, ma di lì invadendo tutto il rivistame di ogni disciplina.

In particolare, a me gli esperti di AI (Artificial Intelligence) avevano insegnato, alla Sussex University, che il paradigma AI era clamorosamente fallito ancora negli anni’80, e di lì non si e’  certo ripreso. Da 20 anni ne ho studiato a fondo le applicazioni in Industrial Automation, e  posso dire che qui le letture Marcusiane non hanno fondamento alcuno (Emanuele Severino, in un suo testo classico divulgativo di 20 anni fa, prendeva lucciole per lanterne in materia – sempre per la stessa crassa e presuntuosa  ignoranza, anche dei filosofi  più sublimi in ambito scientifico). Un operaista incallito come me, non s’e’ affatto convinto dell’ipotesi (QUESTA si scientifica. testabile e falsificabile, nulla a che vedere con le  Carnevalate Marcusiane) operaista di Noble, che il robot spossessi ed emargini l’operaio di mestiere, IFF (SE E SOLO  SE) e poiche’  lo programmi con algoritmi e non in playback.

Anche se anti-modernisti, i filosofi heideggeriani son tutti stretti nella gabbia del moderno. Avvallare poi con Hegel e Marx il Mito dei Miti, l’onnipotenza borghese del Progresso Tecnico senza limiti, 75 anni dopo che Simone Weil l’ha LIQUIDATO PER SEMPRE !  !  ! MA CHE FILOSOFIA E’ QUESTA, che ha perso la passione per la Verità e s’imbroglia nei suoi stessi linguaggi?

Ci sarà qualcosa anche su questo punto nella nuova, amplissima release di gennaio del DIZIONARIO DI SCIENZE SOCIALI (work in progress) associato a questa -pedia.

il cannocchiale

our bio-vote: let the vital forces win

UBUNTU

 

massimo gramellini, Buongiorno America (La Stampa 4 nov., p.1)

 

Se vince il Nero, la crisi finirà. Se vince il Nero, ci 

sarà sempre il sole e comunque la pioggia cadrà più lie- 

ve. Se vince il Nero, la Gelmini ritirerà il decreto e spo- 

serà un maestro veramente unico, Colaninno compre- 

rà la Lufthansa, i banchieri pagheranno i mutui dei 

clienti, e gli arbitri convalideranno i gol del Toro. Se 

vince il Nero, Sabina Guzzanti ricomincerà a far ride- 

re, ma soltanto in inglese, e Carla Bruni affitterà una 

mansarda accanto alla Casa Bianca, caso mai. Se vince 

il Nero, i deboli di stomaco digeriranno anche il soffrit- 

to e i divorziati si metteranno di nuovo insieme. Se vin- 

ce il Nero, ogni impresa diventerà possibile, persino 

prendere un treno regionale in orario. Se vince il Nero, 

gli automobilisti in coda manderanno baci dai finestri- 

ni, i petrolieri faranno la raccolta differenziata e le mo- 

delle smetteranno di tenere il broncio nelle sfilate. Se 

vince il Nero, i ghiacciai ghiacceranno, i buchi dell’ozo- 

no si tapperanno e l’effetto-serra cambierà vocale, di- 

ventando affettuoso. 

Se vince il Nero, non accadrà nulla di tutto questo, 

lo so. Eppure, se vince il Nero, sarà come per lo sbarco 

sulla Luna: le vite degli uomini resteranno ferme, ma 

l’umanità avrà compiuto un passo avanti. Se poi il Ne- 

ro si rivelerà all’altezza della sua bella faccia, a cui 

ognuno impresta le proprie speranze, e sarà costretto 

dalle aspettative degli altri a trasformarsi nel primo 

statista del secolo, allora avremo vinto tutti davvero. 

Sempre che vinca, il Nero. 

 

 

Mc Cain couple: Oct. 26, Zanesville, Ohio. 

REUTERS/Brian Snyder

 

GWB ON LEAVE

First prize, Presidential, WHNPA AWARDS 2008 President George W. Bush steps into the light as he leaves the Oval Office on his way to Marine One at the White House in Washington, January 30, 2007. 

REUTERS/Jason Reed

 

 

 

 

BREAKING NEWS: ACCORDING TO INTRADE.COM, Obama’s victory is overwhelming: 364 vs. 174 votes (270 threshold). 92% chances to win.

Intrade.com predicts (Nov. 3 evening e-mail):

See realtime updates of battleground states here.

Obama is ahead in swing states Florida, Pennsylvania, Ohio, North Carolina, Virginia, Nevada, Colorado, New Mexico.

John McCain leads in Georgia, Indiana, Montana and North Dakota.

Missouri has teetered red and blue in recent days, but as of 12:00 PM ET is tilting to Obama.

Missouri is now (11 am GMT, Nov. 4) still 51% blue, 50% red.

There were critical mass mechanisms at work in US political markets these late weeks, making McCain go down as financial markets do. In Trade registered Mc Cain as predicted winner only for a short time in September. From Lehman Bros’ failure, a trend pro-Obama started and became irreversible later on.

The global recession stemming now from the financial meltdown, is at the heart of these Asymmetrical Global Elections of a US President for the post-Bush world recovery and regulation. Obama vs McCain is also a battle of generations (go to our static page on the bio-economics of Generations).

As we argue in the associated blog deeprecession, the varieties of Socialisms are at stake in the recipes for dealing with this unprecedented collapse of capitalism, essentially a BOOMERANG EFFECT – due to an excess of success of Thanato-Capitalism against its mortal enemies: the oppressed and socialisms,  wages and the working classes. This engendered a deflationary regime in most markets since from the late 1980s (Aglietta and Berrebi), and, after some boom and bust, the current collapse of global capitalism.

Basically, to make it simple, there are 2 socialisms or paradigms competing now to take the legacy of Reaganite Capitalism.

a) Bio-socialism, the one we are arguing abut and studying in this site. It starts from the vital forces and needs of people. The socialism of liberated women, unoppressed farmers, and creative classes re-appropriating their returns from innovation and cooperation.

b) Thanato-State socialism, exploiting a declining bourgeois State, until it still works, to repair the crimes and damages of rentiers, while saving them as a class (even if some managers and speculators had 2B condemned, which is not yet  in sight, by the way). This is why, in the current contest, we call its mainstream version “Financial Socialism”.

Here is a recent piece of bio-economics, from September 30 Counterpunch:

Economics, Symbiosis and Parasitoids

A Biological Walk Down Wall Street

By STEPHEN MARTIN

It will be a great mistake for the community to shoot the millionaires, for they are the Bees that make the most honey, and contribute most to the hive even after they have gorged themselves full.

So wrote Andrew Carnegie.

Of course, Carnegie was more of a Main Street millionaire than a Wall Street millionaire. His wealth came through actual Industry, the production of steel used in construction and transport. But the comparison of millionaires with the biology of bees and the making of honey can set thought along certain lines, particularly given the bloodbath in progress on Wall St and the remarkable transformation in process; from free market economy to Socialist State. (Socialism for the wealthy, that is, the poor can still have the free market and the rugged individualism of fending for self /dependants in form of debt peonage.)

Financial socialism for the wealthy = HOOD ROBIN.

Bio-socialism for the oppressed = ROBIN HOOD

Picture: from wikipedia, under GNU Free Documentation License, taken in Nottingham in 2001.

We just received this mail from Prof. Roubini, and reproduce the entire document – for its clarity, objectivity, relevance, and the emergency in which subcriminal rentiers and their Reaganite State have thrown our own lives.

Thanks, Professor Roubini Hood!

Nouriel Roubini: The world is at severe risk of a global systemic financial meltdown and a severe global depression

 

The U.S. and advanced economies’ financial systems are now headed towards a near-term systemic financial meltdown as day after day stock markets are in free fall, money markets have shut down while their spreads are skyrocketing, and credit spreads are surging through the roof. There is now the beginning of a generalized run on the banking system of these economies; a collapse of the shadow banking system, i.e. those non-banks (broker dealers, non-bank mortgage lenders, SIV and conduits, hedge funds, money market funds, private equity firms) that, like banks, borrow short and liquid, are highly leveraged and lend and invest long and illiquid, and are thus at risk of a run on their short-term liabilities; and now a roll-off of the short term liabilities of the corporate sectors that may lead to widespread bankruptcies of solvent but illiquid financial and non-financial firms.

 

On the real economic side, all the advanced economies representing 55% of global GDP (U.S., Eurozone, UK, other smaller European countries, Canada, Japan, Australia, New Zealand, Japan) entered a recession even before the massive financial shocks that started in the late summer made the liquidity and credit crunch even more virulent and will thus cause an even more severe recession than the one that started in the spring. So we have a severe recession, a severe financial crisis and a severe banking crisis in advanced economies.

 

There was no decoupling among advanced economies and there is no decoupling but rather recoupling of the emerging market economies with the severe crisis of the advanced economies. By the third quarter of this year global economic growth will be in negative territory signaling a global recession. The recoupling of emerging markets was initially limited to stock markets that fell even more than those of advanced economies as foreign investors pulled out of these markets; but then it spread to credit markets and money markets and currency markets bringing to the surface the vulnerabilities of many financial systems and corporate sectors that had experienced credit booms and that had borrowed short and in foreign currencies. Countries with large current account deficits and/or large fiscal deficits and with large short-term foreign currency liabilities and borrowings have been the most fragile. But even the better performing ones – like the BRICs club of Brazil, Russia, India and China – are now at risk of a hard landing. Trade and financial and currency and confidence channels are now leading to a massive slowdown of growth in emerging markets with many of them now at risk not only of a recession but also of a severe financial crisis.

 

The crisis was caused by the largest leveraged asset bubble and credit bubble in the history of humanity where excessive leveraging and bubbles were not limited to housing in the U.S. but also to housing in many other countries and excessive borrowing by financial institutions and some segments of the corporate sector and of the public sector in many and different economies: an housing bubble, a mortgage bubble, an equity bubble, a bond bubble, a credit bubble, a commodity bubble, a private equity bubble, a hedge funds bubble are all now bursting at once in the biggest real sector and financial sector deleveraging since the Great Depression.

 

At this point the recession train has left the station; the financial and banking crisis train has left the station. The delusion that the U.S. and advanced economies contraction would be short and shallow – a V-shaped six month recession – has been replaced by the certainty that this will be a long and protracted U-shaped recession that may last at least two years in the U.S. and close to two years in most of the rest of the world. And given the rising risk of a global systemic financial meltdown, the probability that the outcome could become a decade long L-shaped recession – like the one experienced by Japan after the bursting of its real estate and equity bubble – cannot be ruled out.

 

And in a world where there is a glut and excess capacity of goods while aggregate demand is falling, soon enough we will start to worry about deflation, debt deflation, liquidity traps and what monetary policy makers should do to fight deflation when policy rates get dangerously close to zero.

 

At this point the risk of an imminent stock market crash – like the one-day collapse of 20% plus in U.S. stock prices in 1987 – cannot be ruled out as the financial system is breaking down, panic and lack of confidence in any counterparty is sharply rising and the investors have totally lost faith in the ability of policy authorities to control this meltdown.

 

This disconnect between more and more aggressive policy actions and easings, and greater and greater strains in the financial market is scary. When Bear Stearns’ creditors were bailed out to the tune of $30 bn in March, the rally in equity, money and credit markets lasted eight weeks; when in July the U.S. Treasury announced legislation to bail out the mortgage giants Fannie and Freddie, the rally lasted four weeks; when the actual $200 billion rescue of these firms was undertaken and their $6 trillion liabilities taken over by the U.S. government, the rally lasted one day, and by the next day the panic had moved to Lehman’s collapse; when AIG was bailed out to the tune of $85 billion, the market did not even rally for a day and instead fell 5%. Next when the $700 billion U.S. rescue package was passed by the U.S. Senate and House, markets fell another 7% in two days as there was no confidence in this flawed plan and the authorities. Next, as authorities in the U.S. and abroad took even more radical policy actions between October 6th and October 9th (payment of interest on reserves, doubling of the liquidity support of banks, extension of credit to the seized corporate sector, guarantees of bank deposits, plans to recapitalize banks, coordinated monetary policy easing, etc.), the stock markets and the credit markets and the money markets fell further and further and at accelerated rates day after day all week, including another 7% fall in U.S. equities today.

 

When in markets that are clearly way oversold, even the most radical policy actions don’t provide rallies or relief to market participants. You know that you are one step away from a market crash and a systemic financial sector and corporate sector collapse. A vicious circle of deleveraging, asset collapses, margin calls, and cascading falls in asset prices well below falling fundamentals, and panic is now underway.

 

At this point severe damage is done and one cannot rule out a systemic collapse and a global depression. It will take a significant change in leadership of economic policy and very radical, coordinated policy actions among all advanced and emerging market economies to avoid this economic and financial disaster. Urgent and immediate necessary actions that need to be done globally (with some variants across countries depending on the severity of the problem and the overall resources available to the sovereigns) include:

• another rapid round of policy rate cuts of the order of at least 150 basis points on average globally;

• a temporary blanket guarantee of all deposits while a triage between insolvent financial institutions that need to be shut down and distressed but solvent institutions that need to be partially nationalized with injections of public capital is made;

• a rapid reduction of the debt burden of insolvent households preceded by a temporary freeze on all foreclosures;

• massive and unlimited provision of liquidity to solvent financial institutions;

• public provision of credit to the solvent parts of the corporate sector to avoid a short-term debt refinancing crisis for solvent but illiquid corporations and small businesses;

• a massive direct government fiscal stimulus packages that includes public works, infrastructure spending, unemployment benefits, tax rebates to lower income households and provision of grants to strapped and crunched state and local government;

• a rapid resolution of the banking problems via triage, public recapitalization of financial institutions and reduction of the debt burden of distressed households and borrowers;

• an agreement between lender and creditor countries running current account surpluses and borrowing, and debtor countries running current account deficits to maintain an orderly financing of deficits and a recycling of the surpluses of creditors to avoid a disorderly adjustment of such imbalances.

 

At this point anything short of these radical and coordinated actions may lead to a market crash, a global systemic financial meltdown and to a global depression. The time to act is now as all the policy officials of the world are meeting this weekend in Washington at the IMF and World Bank annual meetings.