il Pirata vive negli Oceani Sociali dell’amore, onore e valore

Bada bene, non sono un eroe del passato,

forse sono semplicemente troppo moderno

Marco

Dal Libro della Sapienza (VT):

““Se il giusto è figlio di Dio, egli l’assisterà, condanniamolo a una morte infame, perché secondo le sue parole il soccorso gli verrà”.

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BLOG PIRATA

la novità: una poesia di Chiara Roberti (Cesenatico, 14 febbraio 2010)

un classico, tra la dozzina di capolavori POP dedicati a Marco: Rimini, Rimini dei Wampas

les 3 rois grimpeurs (gli SPECIALISTI: poi salivano bene anche universalisti come Bartali e Coppi, Merckx e Indurain. Fine della lista: aggiungi, tra gli assi del ciclismo, pochi altri passisti-velocisti come Van Steenbergen e Cipollini; e campioncini alla Anquetil)

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il sottoscritto pirata nel campus UNICAMP, Campinas (SP).

Ma una scena-madre del  mio stage 2010\11 come Visiting Professor nella mia principale università di riferimento (sta nelle top 10 del mondo: Unicamp, SP, Brasile; assieme agli altri Atenei nel mio cuore e curriculum, come UFRJ, Rio de J.; IUAV e Ca’ Foscari, Venezia; FACAMP, Campinas; STANFORD e SUSSEX) fu incontrare all’improvviso (E RESTARE BASITO…), in un percorso pubblico in riva al fiume, a Sousa (Campinas), un altro anziano (ma lui: uno del posto!!) in PERFETTA TENUTA MERCATONE 1 come me (quasi: gli mancava la bandana: la prossima volta che lo incontro, e l’occasione certo non MANCHERà,  gliela regalo!).

Un mio doppio, riflesso, specchio (e io di lui)!!! Sorridente ed inconsapevole.

Il mondo e’ piccolo, ed e’ PIRATA.

26 febbraio 2011

A verissimo oggi è apparso Ivan Basso con la moglie, in un lungo colloquio-intervista.

Questa è la perla per noi pirati.

Ivan s’è detto CERTO che almeno 1 dei suoi 2 maschietti farà del ciclismo; avendo ammesso che Santiago pare poco propenso, la sua speranza quindi sta in Levante. Nato lo stesso g. di Pantani, il 13 gennaio u.s., il mese scorso.
E qui Ivan è uscito così:

“i tifosi mi dicono: Vai Pantani. Il campione che stacca tutti in salita. Il ciclismo riesce a trasmettere queste emozioni. Sono passati anni, ma Marco è esattamente nel cuore della gente”

10 febbraio 2011

L’amica Maria Rita Ferrrara, col suo importante libro-inchiesta IL CAPRO ESPIATORIO – IL RITUALE VITTIMARIO: IL CASO MARCO PANTANI,:

1) ha preter-intenzionalmente  generato una bellisima e dolce opera teatrale dedicata a Marco, che trae ispirazione (come, indipendentemente, questo blog) dallla teoria di Girard che anima il lavoro di Maria Rita, nel suo bel libro acquistabile al Museo Pantani. Lei – assai più sistematicamente di noi (che pure abbiamo Girard come stella ispiratrice del blog), e con un lavoro FORMIDABILE di inchiesta dettagliata, ma anche ben orientata teoricamente – ha forse dimostrato la nostra ipotesi condivisa: che Marco Pantani sia uno dei principali casi (per noi pirati chiaramente IL principale: ci colpisce negli affetti e nelle viscere) di CAPRIO ESPIATORIO dell’era contemporanea – nel senso della antropologia di Rene’ Girard.

Questo spettacolo, per caso (?) costruito e messo in scena da due bravi artisti miei concittadini (Alessandro Albertin e Michela Ottolini), e’:

MARCO PANTANI, IL CAMPIONE FUORI NORMA

http://www.youtube.com/watch?v=Rm2OSlmDr-E

vedi anche, oltre a questo video promo:

Associazione Culturale Overlord

www.associazioneoverlord.it

ed il nuovo gruppo facebook che accompagna lo spettacolo.

2) oggi, invita a leggere la contro-inchiesta di Enzo Vicennati sulla morte di Marco (a pochissimi giorni dal nostro incontro a Cesenatico, per il 7° anniversario) su BICISPORT. Riporto integralmente l’art. di M. Rita:

http://www.cicloweb.it/articolo/2011/02/02/domande-e-misteri-pantani-novita-su-rimini-articolo-di-vicennati-su-bicisport-in

Domande e misteri: Pantani, novità su Rimini – Articolo di Vicennati su Bicisport in edicola

Non emerge ancora tutta la verità sulla morte di Marco Pantani © www.tour-de-france.czA quasi sette anni dalla morte di Marco Pantani, un articolo di Enzo Vicennati, nel numero di febbraio del mensile Bicisport, riapre il caso mai risolto della sua morte.

L’articolo è il racconto di un filmato, quello girato dagli investigatori nella stanza dove Marco era morto. Da quante ore? Difficile dirlo leggendo, con attonito stupore, di un medico legale che stabilisce la temperatura del corpo con un normale termometro da febbre e gettando un’occhiata al termostato sul muro.

Era davvero da solo? Eppure, in un portafoglio, nella stanza, c’è una chiave elettronica di una Mercedes che non era più nella disponibilità di Marco dal 2003.

Muore senza misteri Marco Pantani? C’è un lenzuolo, sul divano, sporco di sangue. A nessuno è venuta la curiosità di far analizzare quel sangue.

Si sente dire che è stato defibrillato. Perché, se il corpo già presenta i segni dolorosi della morte?

Perché la stanza, all’arrivo degli investigatori, è già piena di gente indaffarata da un’ora?

È un articolo pieno di domande, duro da leggere per chi ha amato Marco, difficile tenere insieme l’uomo del Galibier e quel corpo rigido, con le braccia arroccate come in un’ultima difesa.

Un articolo pieno di domande, quelle che avrebbero dovuto essere poste durante il processo di primo grado ma, sorprendentemente, la difesa e l’accusa omisero di farle.

Un articolo che va letto. Un articolo che nasce dal lavoro dell’avvocato della famiglia Pantani. Già Philip Brunel aveva iniziato a squarciare quella densa, opaca, asfissiante petizione di principio che è stata l’inchiesta sulla morte di Marco.

Una petizione di principio, non serviva nemmeno il livello più elementare di indagine: prendere le impronte digitali, analizzare il sangue sul lenzuolo, domandarsi qualcosa su quella chiave elettronica, stabilire, con la temperatura corporea, l’esatta ora della morte.

Una petizione di principio: il dopato d’Italia muore per overdose di cocaina (sei volte la dose letale, pazzesco, ci vorrebbe un fisico bestiale…), da solo, in una stanza d’albergo, a Rimini, il giorno in cui si celebra l’amore.
La metafora (ha polverizzato se stesso cibandosi di polvere bianca) e la metonimia (ha demolito una stanza, come volesse distruggere la totalità dei suoi persecutori).

Troppo perfetto. Si potrà perfino pronunciare il parce sepulto e condannare gli spacciatori.

L’ha davvero demolita lui quella stanza? Torna il filmato: ecco un poliziotto, apre un cassetto e cadono le posate, con gran fracasso. Faranno parte del disordine attribuito a Pantani.

È un articolo che si deve leggere.

Per toglierci di dosso quell’assuefazione a considerare i misteri di questo paese sempre irrisolti e irrisolvibili, per chiedersi come mai gli occhi di un giornalista, di un avvocato, della madre di Marco che da anni chiede come è morto davvero suo figlio, i nostri che leggiamo, vedono quello che gli investigatori hanno solo guardato.

È un articolo che si deve leggere perché è salutare, a volte, ricevere un pugno nello stomaco e chiedersi: ma da quanto tempo non si parlava così della morte di Pantani, che è successo dopo il clamore mediatico di un paio di anni fa? Per sapere che qualcuno, qualche vecchia talpa, non si è arreso e continua a scavare, a farsi domande. Forse in quella morte nulla è come appare, è un dovere verso Marco scoprire come è morto. E perché.

È dovere di chi indaga e scava, è dovere dei giornali e dei media dare spazio, come in questo caso ,a questo indagare e scavare e riflettere.

È dovere di chi ha amato la sua avventura ciclistica continuare a chiedere verità, ricordando che gli dobbiamo qualcosa, ricordando quando ci siamo persi “negli occhi di Pantani”. Perché “solo se esci dal tuo io, sia pure per gli occhi belli di una zingara, sai cosa domandi a Dio e perché corri dietro a lui”.

Maria Rita Ferrara

5 giugno 2010

Madonna di Campiglio, 11 anni oggi.
La più catastrofica, clamorosa, mafiosa e nefanda decisione della INGIUSTIZIA SPORTIVA nella storia umana.
Dalle conseguenze che purtroppo via via si amplieranno, e riverbereranno negli anni; un CIRCUITO VIZIOSO. Fino a stroncare la fibra umana del “capro espiatorio” scelto dai Poteri che lo volevano morto.
Con complicità MOSTRUOSE in tutte le istituzioni e sfere (ciclismo, magistratura, media); infiltrate di ASSASSINI DI MARCO PANTANI, ovviamente coperti ed impuniti tuttora (i sopravvissuti; ma c’è un dir. Gazzetta che abbiamo ammazzato ODIANDOLO).
E di COMPLICI: tutti gli IGNAVI che non hanno chiesto GIUSTIZIA!

Da Corrado questo video messo in rete oggi: http://www.youtube.com/watch?v=TT0j7mXGT-o

marzo 2010

c’è un intellettualmente (? beh, penso  che si meriti TUTTO INTERO, e senza sconti IL SITO Sfoggiare-un-linguaggio-forbito-in-risposta-a-miserabili-insulti ) bugiardo & disonesto, che crede di poter impunemente spargere calunnie gratuite sul Signore delle Montagne (Marco Pantani) su facebook. ossia in un luogo pubblico; questo signore – talmente MONA CIO’, che si crede IMPUNITO solo perché figlio di un avvocato (io son figlio di matematico, per quello … e nipote di Senatore) si chiama CARLO TAPELLA – non dimenticate questo nome, purtroppo potremmo pure udirlo ancora.

Su una pagina facebook di I ♥ CYCLING dedicata a Lance (verrebbe da dire – ma mi mangio la lingua: da CHE pulpito la predica, porcamiseria?!?) pubblica insulti giovedi 10 marzo, che opportunamente fa sparire sabato 13 dopo che noi lo rimbecchiamo, sia il gestore della pagina:

I ♥ CYCLING

ma che caz dici?? Pantani è stato trovato con ematocrito intorno al 53-54 (e già qui dimostri di non essere informato)!! e nelle analisi nel ’98 non è stato trovato EPO ma ematocrito alto (che puo essere dovuto a molti fattori)! infatti pantani non è stato squalificato, ma “fermato x la sua salute”!piuttosto di dire cazzate stiamo zitti xfavore!

che in seguito io. Poi, dopo aver fatto sparire il suo commento – BOJA (ossia la solita accusa-solfa a Marco, che mentre stava morendo a Torino avrebbe avuto il 60% di ematocrito, 1 crimine che grida vendetta, non morire con l’ematocrito a posto  …  che diamine! – io gli ho solo augurato di sperimentare in  prima persona, come Marco, cosa vuol dire QUASI-CREPARE TRAVOLTO DA 1 AUTO; essendo 1 sciamano, ho già allertato le forze della Natura) mi spedisce una lettera personale di questo tenore

Bello il tuo commento su di me in i love ciclyng e ti garantisco che se non lo cancelli avrai una denuncia per diffamazione sei stao sfortunato questa volta hai beccato il figlio di un’avvocato!Esprimi le tue opinioni senza offebdere la gente anche io credo di essere abbastanza compatibile con te politicamente odio Berlusconi e i suoi compari prenditela con qualcuno che non la pebnsi come te almeno!attendo rettifica grazie

Que viva Berlusconi se codesti mentecatti sono i suoi avversari! In realtà è un cattolico sinistrorso da IdV, meglio perderli che trovarli.

Intellettualmente (sempre con rif. a quel sito) disonesto dei miei stivali: HAI AVUTO TU 1 SFIGA BESTIALE. Per 1 commento messo su fb 2 giorni, perderai la faccia 2 anni! 6 incappato male tu lol.

Incauto mentitore: sei tu che devi provare le tue menzogne su Pantani. Marco non è la cloaca su cui possono IMPUNEMENTE sputare servi dell’ignoranza di massa come te. Non lo è! O ritiri quello che hai detto, o te la vedi con i pirati, l’Ordine che difende Marco dal caos di voi meschini piccoloborghesi. La nostra difesa sarà sempre generosa e valicherà le buone maniere sempre, garantito! Chi ci vuol trascinare in tribunale, ci fa un servizio d’argento perché cominceremo a parlare, con documentazione allegata, e NON SMETTEREMO MAI. I nostri avvocati saranno i più cattivi del Pianeta, gente di cui aver TERRORE!!!

Il figuro nemico di Pantani (che gli avrà mai fatto il Campione a ‘sto mona) è un metalmeccanico di Turbigo (mi) che si permette, dopo gli insulti e le minacce di … azioni legali (lui! AHAHAH!!! 🙂 di scherzare sul suo sito fb credendo di essere impunito ed  inosservato. COSI’:

La sua personalità contorta è segnalata da come  lui si introduce su fb, nel 1° riquadro: NONDUM MATURA EST, sputa su abiti griffati e suv, AS  IF il suo stipendio da metalmecc (1200? 1500? poca anzianità: è 40enne) glielo permettesse! Ci fa solo pena.

febbraio 2010

il 13 e 14, alcuni pirati “folcloristici” (come riferisce Corrado Finocchiaro; cosa del resto confermata dalle mie foto) s’intestardiscono a voler bene a Marco. Impoliticamente, insensibili all’assordante silenzio dei media, e tacita smemoratezza dei tanti sedicenti amici del Signore delle Montagne.

I tifosi certo si sono dispersi, è un dato di fatto (mica potevano fare “il Partito di Pantani”… col rischio di andare al governo adesso che la politica è così sputtanata!). Ma i loro cuori non si son affatto inariditi come – invece – quelli degli assassini di marco, i loro complici e contraffattori della verità, nei media e nel ciclismo. Oltre 100,000 i fan di Marco su facebook; i siti più frequentati, tra gli oltre 300 che stanno su facebook, sono (salvo involontari errori od omissioni: segnalatemeli! Ovviamente i dati evolvono, e talora crescono nel tempo):

1) 77,600 pag x fan MP: Marco Pantani

2) 8,007 In memoria di MP
3) 6,983 Quelli che …“portano nel cuore MP”
4) 5,323 MP – Andrea Scovacricchi (creator)
5) 4,183 Tutti q. che vorrebbero rivedere MP pedalare .. tra di noi
6) 2,900: 2° pag. MP
7) 2,400 I Pirati Sempre Uniti x un Unico Capitano….. Marco Pantani…. (Corrado Finocchiaro,  Alessio Vieri)
8) 2,000: 3°pag. MP
9) 1,850 MARCO PANTANI FAN CLUB gli amici e tifosi di facebook
10) 1,706 Quelli che…… sono stati sempre dalla parte di Marco Pantani
11) 1,679  .. QUELLI CHE IL 14 FEBBRAIO SI RICORDERANNO DI MARCO PANTANI…
12) 1,432  Fan club Marco Pantani

13) 1,400  quelli che da bambini tifavano x il PIRATA !!!!! (non posso farne parte, avendo l’età di Paolo e Tonina, i genitori di Marco).

Fuori classifica, ma sempre nei primi 100: il nostro gruppo nato l’anno scorso per ricordare il FATIDICO 5  giugno, il “giorno del sacrificio”: http://tinyurl.com/PIRATA5 – 0ggi con 268 membri.

Pullulano su facebook le foto delle giornate dedicate ai 6 anni dalla scomparsa del campione, il 13\14 u.s. a Cesenatico: le trovate in questi siti, o nelle pagine dei pirati. Links anche dalla mia: http://www.facebook.com/enzo.arcangeli?ref=profile

A momenti caricherò anche le mie (fatto). Assai bello il servizio fotografico Quotidian0Net linkato anche dal Resto del Carlino, in cui io domino la prima foto (travestito da pirata in pensione), col lenzuolo della VAL TROMPIA (già visto al Giro 2009).

http://multimedia.quotidianonet.ilsole24ore.com/?media=14362&tipo=photo&id=427514&cat_principale_page=1&canale=0&canale_page=1

giugno 2009

13 giugno: BUON COMPLEANNO, TONINA

6 giugno MEMORIAL PANTANI da Cesena a Cesenatico (Pirateville)

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5 giugno – il volantino con cui s’è  ricordato, con la bandana gialla d’ordinanza, Marco lo scorso 5 giugno, il giorno della distrazione della Madonna: anche le Mamme possono sbagliare (10 anni dalla ignobile squalifica a Madonna di Campiglio)

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COSA TROVI QUI, PIRATA navigante? COSE DELL’AMORE E DELL’ODIO.

I materiali del blog del pirata arcangeli:

– il nostro amore pirata, che ci affratella

l’odio istituzionale e dei media per Marco: risalendo alle sue ragioni, per estirpare il Male. Che si chiama: Capro Espiatorio

– dei contributi per capire e rielaborare quella straordinaria, e poi tragica Avventura IMPRESSA NELLE NOSTRE COSCIENZE IN MODO INDELEBILE: brani, link, testimonianze.

Per cominciare, alcuni video, tra le decine e decine che circolano e si moltiplicano in rete: https://arcapedia.files.wordpress.com/2009/03/7335_0.jpg

ma ovviamente l’opera definitiva è (per ora)  la bellissima, imperdibile serie dei 6 dvd “GIALLI”

TUTTO PANTANI. UNA VITA IN SALITA

di Pier Bergonzi e Enzo Vicennati

uscita con la Gazzetta; nel 1° dvd,  negli Extra un’intervista di 36′ col babbo Paolo: la migliore sintesi della vita di Marco, e la difesa che nessun avvocato saprebbe far meglio.

OCCHIO PURE, IL PROSSIMO  VENERDI 22 maggio, al 2° dei 16 DVD della serie “Giro ti amo” della Gazzetta, dedicato ai + GRANDI scalatori di tutti i tempi, da Gino a Charlie Gaul e  Marco.

La scorciatoria che proponiamo ad uno che scende da un UFO e vuol sapere chi (forse accanto a Coppi? Ma non vogliamo dividere il Popolo Pirata sui 2 partiti di allora … DC-Bartaliani e SocialCoppisti, oggi tutti Pirati!!!) abbia scalato da Figlio di Dio le montagne in bici, cominciando subito (1994) ad umiliare sul S.ta Cristina uno dei 10 Grandi della Storia, Miguel Indurain. E’ vedere questa intervista di Paolo Pantani, poi leggere quella di cicloweb a Vicennati di gennaio scorso (a 5 anni dalla scomparsa di Marco) che riproduciamo ITEGRALE alla fine di questa pagina-pirata (anche nei diritti d’autore). Gli verrà l’acquolina  in bocca, e poi può continuare a josa.

Ci sono libri, opere multimediali ormai  classiche (docu-film, fiction Rai), ed altre sempre nuove sul Ciclista Classico assoluto: il Pantani – Paradigma (Classico nel senso di Eliott; Paradigma nel senso di Kuhn e Dosi). Tra  i quali, senza far torto a nessuno ricorderemo con particolare affetto e commozione, giunto alla sua IV edizione, il LIVRE DE CHEVET sul comodino di tutti i pirati\esse doc. “Era mio figlio” di mamma Tonina, assieme col giornalista ed amico Enzo Vicennati di Bicisport. Mamma Tonina e’ una presenza materna nel movimento dei milioni di d suoi figli aodttivi: sia su http://www.pantani.it che

March 28, 2009 udate (an English Abstract soon)

ALCUNE CHIAVI DI LETTURA DEL “SEMPLICEMENTE TROPPO MODERNO”.

LA NOZIONE FILOSOFICA PIU’ COMPLESSA MAI ESPRESSA DA UN CICLISTA: PER DI PIU’ IN SEDE DI Socratica AUTO-ANALISI, AUTO-CONSAPEVOLEZZA !!! Ignozi autòn.

PICCOLE RIFLESSIONI SPORTIVE, UMANE E SPIRITUALI  SU UN GRANDE DI TUTTI I TEMPI: IL CERBIATTO – PIRATA DELLE NEVI

Perche’ Marco, così com’e’ in carne ed ossa e fuori dai miti di comodo,

“molto semplicemente”:

lui, il nostro Marco, e’ un  Giusto in stretto senso Biblico (Libro della Sapienza, quindi anche in senso platonico e stoico). Punto

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La bibbia di Gutenberg (fonte: wiki).

Quale uomo? Nessuno sportivo: nessuno. Chi mai è stato amato con tanta intensità? Mai.

Pochi Profeti e sant’uomini sono amati così come il Pirata. Come in centinaia e centinaia di migliaia, non lo so quanti siamo, certo di più,  abbiamo – uniti  a fascio attorno a lui – amato e sempre ameremo il Pirata di un amore che trascende ogni cosa.

E danza ai ritmi rock’n roll del ballerino delle nevi.

E più l’hanno perseguitato  con un cocktail di miserie umane per lo più meschine e  distratte (mica lo volevano uccidere, loro, noooo! Ma qualcuno doveva ben fare il Toro nell’Arena, no?), non so:  accanimento e burocrazia, casualità e malafede, vigliaccheria e  voyeurismo (nel caso più clamoroso e micidiale di capro espiatorio dell’intera storia sportiva, accanendosi sulla femminilità squisita e la fragilità umana, sotto la roccia del Campionissimo delle Rocce; della serie “tu colpisci un uomo morto”).

E più il nostro Amore cresceva, ormai da tempo al di là dei valori sportivi IMMENSI, MAI VISTI. Già ben OLTRE L’ASSOLUTO, in Altri Territori già allora, finche’ lui era sulle strade ed oggi c’e’ nelle strade e cammina nelle nostre gambe che sono così inadeguate al confronto, i nostri cuori e polmoni. E versa le sue interminabili lacrime nei nostri occhi gonfi, sono perle di rugada che scendono dal Cielo e s’incanalano nei centieri invisibii, nelle autosrtade dell’Amore. Per finire a versarsi nei nostri occhi. Per addestrarci nell’arte pratica  dell’Amore, che Marco il Giusto conosce.

Qualcuno e’ un alievo più predisposto:  con gli occhi dell’innocenza, come lo sono gli occhi delle Veggenti della Madre (vi posso garantire che Lei non si offende),  può avere Visioni che cristallizzano contro-energie ancora inesplorate. Milioni di battiti cardiaci condensati in un lampo. Era capitato ad Alessia. Non poteva capitare a chicchessia.  Occorreva qualcuno che avesse quel lampo negli occhi: puliti da lacrime di rugiada divina (CLICCANDO QUI SI VEDE IL CIELO da cui viene la rigiada).

UPDATE 28\3\2009

OGGI 28 MARZO, a mezzogiorno del mio compleanno ho ricevuto (nemmeno spedito a me, ma a tutte le Piratesse e Pirati, condiviso con il mio Popolo) IL REGALO ASSOLUTO, il più inatteso e sublime. Io penso che occorra andare coi piedi di piombo, anzi che NON bisogna PROPRIO idealizzare, mitificare, santificare Marco (come hanno già fatto i Media Assassini, secondo il tipico rituale macabro del CAPRO ESPIATORIO, illustrato dall’antropologo Rene’ Girard): teniamocelo così com’e’ bello com’e’ (il suo Popolo si contraddistingue per la declinazione dei tempi al sempre Presente, per mille e mille anni), Campionissimo splendente come il Sole ed ombroso come la Luna,  con tutte le debolezze della sua carne, del suo corpo con una marcia in più e della sua Umanità catalizzatrice di Bene e di Male.

Oggi verso mezzogiorno (coincidenza: alla stessa ora in cui ero nato), Alesia (ChiccaCiclismo) ha scritto  come regalo a tutti noi la sua testimonianza- choc, ha vinto un pudore naturale:

http://www.facebook.com/group.php?gid=69530683081#/topic.php?uid=69530683081&topic=7672

Gruppo Facebook: I Pirati sempre uniti per un unico Capitano.

Topic: Testimonianze della presenza di Marco in mezzo a noi

Carissimi Amici Pirati e Piratesse,
come va? ho creato questa nuova discussione perchè nel 2005 mi è successa una cosa strana..

Era verso l’estate del 2005.. io e la mia amica stavamo passeggiando come sempre verso Albese con Cassano per andare a trovare Fabio Casartelli.. ci eravamo fermate un attimo e parlavamo d’altro..in quel momento non pensavamo al ciclismo.. ad un certo punto arriva un’auto nera e chi è al volante si sbraccia dal finestrino per salutarci.. noi non lo conoscevamo..ma guardando bene abbiamo visto che era identico a Marco,in più aveva la maglia della Mercatone e la bici dietro(non abbiamo fatto in tempo a vedere che bici fosse).. senza neanche pensare che Marco purtroppo non ci fosse più ci siamo messe a gridare “ma è Marco!!!!!!!”.. poi per tutto il tempo ci siamo posti vari interrogativi.. ad esempio.. anche se era un sosia di Marco,come faceva a sapere che anche noi abbiamo sempre voluto bene a Marco?in quel momento non avevo nè la sua bandana nè la maglia..quindi non poteva saperlo.. poi l’atmosfera era quasi surreale..non era passata neanche un’auto..solo la sua..

Vi ho raccontato questo perchè vorrei sapere cosa ne pensate Voi e se anche a voi è successo qualcosa di simile con Marco.. comunque so che Marco è sempre in mezzo a noi.. e ci vede e protegge..

Grazie mille di cuore per l’attenzione.. a presto baci Piratessa Ale

Io l’ho commentata commosso:

Enzo Arcangeli ChiccaCiclismo’s PARABOLA: Testimonianze … in I Pirati sempre uniti.. Marco a sort of “Saint”? 1) historically: “bouc emissaires” become Saints AFTERWARDS; bloody manipulated masses-media-power did it to our Marco; 2) theologically: it’s WELL established that “il Popolo di Dio” has all the power (and the right, NdR) to channel his infinite Love towards such natural attractors, as the greatest Spirits that inhabited this Land.

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Enzo Arcangeli I was born at midday, Easter 1948; Italy was in the most dramatic electoral campaign of her history. Yesterday at midday, ChiccaCiclismo opened a new topic in the Pirata fans group: she told us of an episode of her life beyond the limits of strict reason, I have no way to rationalise. The love of a few millions people for Marco yields such an energy, that a sort of New Age aura naturally springs from it.


Per alcuni di noi  Piratesse e Pirati (ma ognuno è liberolibero): in tutte le sue differenze e sofferenze, eccellenze ed unicità individuali, Ivan Basso incarna tanti nostri ideali ed è il Campione di Razza, oggi. Sappiamo che il 2009 e’ l’anno del suo pieno ritorno alle corse, ed il nuovo inizio di una carriera ancor più folgorante di tutte le belle imprese già nel carnet di Ivan. Il Signore del Ciclismo. Il nostro Amore istituisce un ponte materiale ed oggettivo tra il Pirata ed il Signore; perche’ personaggi come questi fanno trascendere lo Sport in vicenda drammatica, epica e tragica come solo pochi Grandi fecero. Ma non se n’e’ perso lo stampo.

Ivan alla crono del Giro di California 2009.

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Tornando al Pirata.

In lui si ricongiungono, in un MOVIMENTO CRISTICO del tutto Classico, un TRIANGOLO che congiunge 3 punti estremi come i 2 Passi del Soffrire e farsi del Male; una Vetta da cui si vede Dio (come ben sanno i Mistici); tipo Col du Galibier, da cui nelle giornate serene vedi il Bianco svettare, dominare da Grande Poltrona di Dio in seconda fila di creste, ovviamente verso Nord:

— 1) LA VETTA – per il Pirata, uno dei più grandi movimenti di Amore Collettivo di sempre, che sia risaputo; forse non così inferiore a quelli per Gautama Buddha, GiovanBattista  e Cristo ai loro tempi storici (che tengono anche loro in vita: come quelle che la grande mistica Simone Weil chiamava le Figure di Cristo), per quello che se ne sa dalle fonti e resoconti. E non per mere questioni comunicative (mica e’ un comunicatore il Pirata: compie Miracoli sui suoi pedali in Comunione Spirituale con noi, e basta!), tanto meno tecnologiche.

— 2) LA SOFFERENZA. MA QUELLA DI MISURA  DEL TUTTO INSOPPORTABILE PER DELLE SPALLE SEMPLICEMENTE UMANE, LA TERRIBILE “MALHEUR” – LA SCIAGURA su cui (violando alla grande la regola del tacer di Wittgenstein) ha pensato e scritto tutto il dicibile umano Simone Weil nei suoi Quaderni. E molto prima che il Cerbiatto scalasse le Montagne di Dio, Simone – con poche altre come Edith Stein, l’anima più bella del secolo passato, ed una delle mistiche più affascinanti, straordinarie di tutte le  religioni – ci ha fornito la PRIMA chiave di lettura del Pirata, io (Weiliano di QUASI-STRETTA osservanza) penso l’unica possibile (poi potrei divergere da Simone nella biforcazione che segue: a\b).

Che lui, Marco (che nome!  A me cosi caro, la persona più importante dei miei 4 nonni, Marco Faedo: la persona più importante della mia vita, l’antenato CHE VIVE IN ME e  da qualche anno scandisce anche il micro-tempo della mia vita, attraverso l’orologio che ho sempre al polso);  che quel Marco sia un Giobbe scelto da Dio come proprio Figlio, il Figlio di Dio; perciò – per quell’Amore Assoluto, paradossale e violento, qui arrache e deracine, che segna la visione ebraica del mondo –  tormentato di Malheur per renderlo più Puro della Purezza stessa, più Candido della neve. Un Destino-o-Vocazione (AUT AUT: qui la prima chiave si biforca)  cui lui ha corrisposto con tutto se stesso, gettando tutto il se senza remore, come Giobbe stesso, nella sua Tragedia ben oltre l’Umano. Ma OLTRE DI ALCUNI ORDINI DI GRANDEZZA, per esserne inesorabilmente triturato lentamente, e poi completamente schiacciato, ANNICHILITO. Allora:

a) se di Vocazione (Jerusalem) si tratta: Marco e’ l’ultima Figura di Cristo (Giobbe per la Weil e’ la figura di Cristo: E’ CRISTO stesso); oppure, a seconda di quale filosofia adottiamo,

b) se Destino (Athinai, Atene): l’ultimo Tragico dei Greci, e del Greco tra noi Emanuele Severino.

Sulla  morte prematura della sua figura corporea, occorre una SECONDA CHIAVE. C’e’ tutto nel breve Libro  della Sapienza (di scrittura Alessandrino-ellenistica, la corrente giudaica esattamente opposta agli Esseni cui pare appartenere Cristo; scusate, ma le contraddizioni non me le invento io: CI SONO). Provate a rileggerlo pensando a Marco e vedrete: il Signore vede i Giusti (e’ facile: sono quelli che amano più degli altri), e può talora chiamarli a se’, per evitare che si corrompano a forza di stare in mezzo agli impuri.

— 3) Ed il terribile, l’Indicibile Assoluto, il Tabù. Dalle incerte speculazioni di Freud, alla fantasia di Conrad (Heart of Darkness; unforgettable Marlon Brando) per precipitare nell’incubo in-testimoniabile (Giorgio Agamben su Primo Levi) della  realtà-Shoà. Mistero di tutti i Misteri, il Sacrificio Umano cui cercano disperatamente, ma invano, di por termine le religioni salvifiche universaliste dell’Epoca Assiale (vedere Jaspers;  un Girard qui forse troppo cattolico ed ottimista, su questo punto specifico; ed il magnifico XXX anche lui “preso giovane” da Dio perche’ Giusto).

Il Mistero Oscuro che si e’ inghiottito il corpo di Marco, si perde nella notte più cupa dei tempi: forse nell’invidia del Sapiens disegnatore di grotte (e’ ormai stato-dell’arte l’ipotesi, ovviamente indimostrabile strictu sensu, che già lui si drogasse per dipingere; io ed altri aggiungiamo: per raggiungere, eguagliare la danza e l’estasi animale, spontanea, senza droga del Neanderthal), per il più sciamanico e selvatico Neanderthal che non li disegna, ma lui parla a tu per tu con gli Spiriti della Natura? Questa  e’ già, e non ancora la lotta tra un ciclista che si droga, e lo  Sciamano Marco che non lo fa. Non mi ricordo il nome, ma so che un grande archeologo e’ impazzito all’intuizione ed evidenza empirica di QUEL cannibalismo (ripreso nei Miti di varie civiltà Sapiens: Peccati originarii, Cadute e Caini), per terminare i suoi giorni in un tempio buddista, fuori di se’.

Capro di tutti i Capri Espiatori (René Girard), almeno in àmbito sportivo, ma di tutti gli sport di sempre dalle Olimpiadi greche ad oggi, e  Vittima suprema dell’epoca contemporanea tutta (qui, nella galleria degli altri Campioni di Umanità come Gandhi e Luther King): è il Pirata, e sennò chi altro? Chi?

Francamente, e senza alcuna dietrologia. Non può essere, questa,  una combinazione casuale, anche perché c’è dietro un movimento Cristico ben riconoscibile, c’è una regola sotto che conosciamo sin troppo bene, e possiamo ri-conoscere. La stessa dell’Idiota di Dostojevskij (anche se quella e’ un Cristo in Negativo).  E’ una Legge Spirituale.  Di forma elettromagnetica-gravitazionale: Positivo attira Negativo, ecc.

Leggetevi questa struggente intervista. Chiedo scusa agli amici di Cicloweb ed a Maria Rita Ferrara se la metto qui tutta, ma solo per Amore. E servizio al lettore, se non è già un aficionado di Bicisport, Cicloweb, Cyclingnews, Road, ecc. Che lo diventi: qui si fa ogni settimana e mese epica, poesia ed anche Tragedia sullo sport dove (FORSE PIU’ CHE NEGLI ALTRI; O ALMENO ALLA PARI COI MIGLIORI) scende in pista, in strada  l’umanità tutta  intera, il psico-soma umano olistico, il tutt’uno ed  inseparabile. Tutto pedala congiunto, neuroni e nervi, strategia e muscolo, speranza e disperazione, battaglia e cooperazione; ma in un circuito Mistico con noi che guardiamo, incantati. Un circuito che si fa vento invisibile che soffia, soffia e  sospinge l’Amato con Forza Omerica soprannaturale (Iliade, poema della Forza). Sospinge SOLO LUI, ed incute timore reverenziale al rivale come  un canto indigeno neozelandese (mi hanno detto che adesso i Maori hanno ottenuto il copyright).

E piangiamo la Tragedia,  più che se ci fosse morto un fratello. E così è per ciascuno.  E sono milioni che piangono all’unisono: è la più grande forza spirituale che si sia mai sprigionata in questo sperduto pianeta nella nostra Era. Per Padre Pio, il Pirata e forse  il Papa Polacco – quasi fine della lista (prima Gandhi ed MLK?). Tutto per P, come Pier Paolo Pasolini, il Penultimo capro espiatorio.

Talvolta: non è più un Uomo abitato, posseduto da Spiriti lo sciamano che  danza ritualmente sulle due ruote, ma un legittimo Figlio degli Dei come erano Fausto, Gino e come ora e’ Marco.

Ed allora lo sport viene trasceso: è una interminabile, inafferrabile Odissea di salite e  discese.

Come il Signore  precisa nel suo sito, http://www.ivanbassoblog.com/forum/

« La bicicletta insegna cos’è la fatica, cosa significa salire e scendere – non solo dalle montagne,  ma anche nelle fortune e nei dispiaceri – insegna a vivere. Il ciclismo è un lungo viaggio alla ricerca di se stessi. »

Come lo e’ ogni pellegrinaggio. Mie le coloriture in rosso in quanto segue, vogliate  scusarmi per la prolissità e tante sciocchezze che avrò infilato in quanto precede.

http://www.cicloweb.it/art1277.html

E io ti sento, amico fragile

Marco, Enzo, noi, un altroquando

Cinque anni dopo… Cinque anni che sono stati, comunque, pieni e vuoti di Marco per tutti noi.
Cinque anni dopo, quando Marco Grassi mi ha chiesto di scrivere qualcosa per ricordarlo in occasione dell’anniversario della morte, ho pensato che la cosa più giusta fosse parlare di Marco con lei, Enzo Vicennati, giornalista, caporedattore centrale di Bicisport, scrittore, autore, con Tonina Pantani, del più bel libro scritto sul Pirata in questi anni (“Era mio figlio” Ed. Mondadori).
Parlare di Marco non come se ne è parlato in questi anni, dalla ricerca di verità all’esaltazione del campione, descritto sempre nella sua eccezionalità, nel suo talento geniale, nel suo carisma esaltante, nella sua forza interiore che gli consentiva di risorgere da mille infortuni e nella sua fragilità più intima che lo portava lungo le “discese ardite” della depressione. Esaltazione dell’eccezionalità che non ha sempre giovato a Marco.
Vorrei parlare con lei del suo rapporto con Marco Pantani, vederlo anche nella sua normalità di uomo, la normalità che dialetticamente agiva con la sua eccezionalità.
Sappiamo, dai suoi libri e articoli, che ha conosciuto Marco al Giro dei dilettanti del 1992, quasi coetanei, fu un incontro e un’intervista come tanti altri o qualcosa le fece intuire che quel ragazzo avrebbe avuto un posto importante nella sua vita e nel suo lavoro?

«Avevo 23 anni, ero molto entusiasta di ogni cosa che facevo e mi sembrava tutto nuovo e immenso. Era il mio primo Giro d’Italia dei dilettanti, scrivevo finalmente su Bicisport e quei ragazzi per me erano tutti dei campioni. C’era Gontchenkov che a cronometro faceva paura, c’erano i corridori di Locatelli che sembravano fortissimi e c’era quel ragazzino di cui avevo letto su Bicisport dell’anno prima, sfortunato ai limiti del comico, ma che in salita poteva spaccare il mondo. Così gli giravo attorno per capirlo e conoscerlo. Andai a presentarmi a Marina di Pietrasanta, prima del via della crono. Ci stringemmo la mano, un sorriso, in bocca al lupo. Di lì ogni giorno un contatto. Qualche parola alle partenze, ma previsioni zero perché non si sbilanciava mai. Qualche osservazione agli arrivi, sulla tappa, ma il giorno della prima intervista vera, a un tavolo con carta e penna, fu la sera di Alleghe.
Alla vigilia della partenza da Cavalese ero stato nella camera di Wladimir Belli, che era leader della corsa. La divideva con Beppe Guerini e mi era parso solido come una roccia. Invece, il giorno dopo, il ragazzino dell’Emilia Romagna, quello ricciolino e con la cicatrice sul labbro, fece un’impresa alla Coppi e la roccia si sbriciolò. Solo già sul Sella, poi il Gardena, il Campolongo e quella stradina ripida fino a Pian di Pezzè.
Roba da libri di storia, pensai, questa la voglio raccontare perché io una cosa così non l’ho mai vista.
Ci sedemmo a un tavolo di legno nell’androne del piccolo albergo. Avevo un quadernone a quadretti e pure il registratore. Gli chiesi di tutto. Partimmo dalla tappa e finimmo sulle vacanze invernali sulla neve, passando per quella cicatrice, la salita, gli allenamenti, Bicisport che leggeva da quando era piccino, la famiglia e tutto il suo mondo. Rimasi lì per oltre un’ora, senza che Marco avesse mai guardato l’orologio.
A pensarci ora, sorrido per l’ingenuità che avevo nell’approccio con i corridori. Ma più di tutto mi stupirono la calma e la naturalezza con cui mi raccontò la sua giornata. Aveva gli occhi che ridevano, ma nelle parole non c’era l’esaltazione di Tardelli dopo il gol ai mondiali del 1982, non c’era stupore. C’era semplicemente la spiegazione di ciò che sapeva fare, che aveva fatto quel giorno e che avrebbe fatto altre volte in futuro».
Che cosa distingueva, per Marco, il rapporto con i giornalisti da quello con il giornalista amico? Su quale affinità si giocava la fiducia che Pantani aveva in lei?
«Il fatto di essere coetanei giocò sicuramente a mio favore: anche se lo dicevamo a mo’ di battuta, volevamo entrambi combinare qualcosa di buono, ciascuno nel suo ambito. Io avevo intuito che stargli accanto professionalmente, specializzarmi in Pantani, un giorno mi sarebbe stato di grande aiuto. Il mondo del giornalismo, come quello del professionismo, almeno in quel periodo era piuttosto chiuso nei confronti dei più giovani e in qualche modo… costringere gli anziani a chiederti cose su un corridore che non conoscevano fu il modo per entrare. Anche se mi guardavo bene dal dire tutto, perché nel contempo mi rendevo conto dello spessore di Marco, della fiducia speciale che mi dava e non volevo in nessun modo tradirla.
Più in generale, seguire i corridori quando sono ragazzi, facendogli però capire che riconosci loro una dignità superiore è già in sé un vantaggio enorme. Sarà l’ingenuità di cui ho parlato, ho sempre sentito sulla pelle il valore della loro fatica, mi accorgo che, nonostante tutto, nei loro confronti nutro un rispetto esagerato. Marco apprezzò il fatto che quella prima sera io lo abbia trattato da atleta maturo e che poi sul giornale abbia riportato i concetti per come li aveva espressi.
Credo che in seguito, quando era già Pantani, sia stato decisivo anche non averlo lasciato da solo nel momento della difficoltà, l’esserci stati, sia che fosse per un articolo, sia più semplicemente per un caffè. Penso alla gamba spezzata, alla paura di non tornare, alla rieducazione, alle chiacchiere in casa sul recupero e al giorno in cui andammo in ospedale per togliere il ferro. La prima uscita in bici… Marco era una persona molto sensibile, certe cose non gli sfuggivano. Non so se sia stata amicizia, ma di certo se gli atleti percepiscono fortissimo il senso di solitudine che viene quando hanno un incidente e i giornalisti se ne vanno col resto della corsa, Marco la percepiva raddoppiata.
Il vantaggio dell’essergli stato così vicino si tradusse ad esempio nella libidine sottile di poterlo avvicinare in situazioni limite, quando altri aspettavano sotto. Fra le tante, ricordo un’ora intera di massaggi ad Aprica nel ’94, ascoltando il racconto della prima impresa fra i pro’. Le girate sulle bici arrugginite dell’hotel di Duitama. Ricordo le porte di casa sempre aperte. La giornata sulla neve di Cortina con le stampelle, la polenta e il vino rosso. La possibilità di un accesso diretto, sia pure solo telefonico, anche dopo il giorno di Campiglio. Ricordo le foto in camera dopo lo Zoncolan. È stato così dal 1992 al 2000, poi è subentrata la Ronchi e le porte si sono chiuse».
In un suo articolo scritto dopo la morte di Pantani, lei racconta di una corsa in salita, in macchina, una specie di gara fra voi, alla fine della quale Marco disse: “Per essere un giornalista, non guidi male”. Uno scherzo, un gioco, una battuta, ma anche, secondo me, un modo per affermare una sottile diffidenza, come se per lui le cose non fossero mai meno che complicate, suggerire una sottile diffidenza (“Considerato che sei un giornalista”) in un rapporto di fiducia. Da cosa si difendeva Marco, nel rapporto con gli altri?
«Era l’inverno fra il 1994 e il 1995, dicembre mi pare. Marco aveva accettato di venire a provare la salita di San Pellegrino in Alpe, che il Giro avrebbe affrontato quell’anno: lui non l’avrebbe corso per l’incidente del primo maggio, ma ancora non lo sapeva. Si presentò all’appuntamento assieme a Siboni su una Mitsubishi rossa che sembrava un aereo da caccia e allora, tanto per provocarlo, si giocò a fare i piloti nella discesa dell’Appennino verso Firenze. Ci superò solo alla fine e di qui nacque quella battuta.
La voglia o la necessità di difendersi saltò fuori proprio quell’inverno, in precedenza non l’avevo mai vista. Ero stato a casa sua il mese prima e lo avevo trovato molto amareggiato. Qualcuno aveva scritto che dopo il Tour non si era allenato e che per questo aveva fallito i mondiali di Agrigento. Marco aveva ammesso qualche errore dovuto ai 24 anni, ma i toni di quelle contestazioni gli erano parsi eccessivi: aveva pur sempre conquistato il podio al Giro e poi al Tour, un calo di tensione poteva anche starci, no?
Ricordo che in quell’intervista di fine stagione disse: “D’ora in poi sarà meglio non parlare più, così nessuno potrà scrivere più niente. A volte è meglio passare per uno che non ha niente da dire, anche se non credo che così facendo mi comporterei da persona civile. Ma sarò meno ingenuo, potete giurarci. Finora ero sempre in buona fede e pensavo che così fosse anche per gli altri. Ma non è così e allora dovrò attrezzarmi. Sono stanco. Sto male dentro. Un inverno di questo tipo è molto, troppo pesante“».
Ci racconti di un giorno, non necessariamente legato a una competizione ciclistica, in cui Marco la fece ridere, un altro, in cui, invece, le capitò di arrabbiarsi con lui e, infine, un giorno in cui Marco si mostrò davvero amico.
«Si rideva spesso, a dire il vero. La volta che al Tour gli consegnarono un cavallino pirenaico e non sapeva dove metterlo perché aveva capito che avrebbe dovuto portarlo a casa da sé. Oppure un pomeriggio d’inverno a Cesenatico, al chiosco delle piadine per un’intervista. Le strade erano piene di foglie morte e Marco arrivò assieme a Siboni sui rollerblades e, dopo aver salutato, chiese di non fare foto né menzionare i pattini, altrimenti Boifava avrebbe sbranato Siboni. Marcello infatti aveva il polso ingessato e la versione ufficiale era che si fosse rotto lo scafoide cadendo dalla bici, mentre la causa vera era proprio una caduta dai pattini, mentre cercava di tenere dietro all’amico ben più coordinato e veloce di lui…
Con Marco direttamente ho avuto al massimo un diverbio, una mezza discussione dopo la tappa di Borgomanero al Giro del 1999, ma durò due secondi. Indirettamente invece mi arrabbiai molto con lui in due occasioni: quando accettò di non andare al Tour nel 1999 e poi quando morì.
Il giorno in cui Marco si dimostrò amico? Ci fu un gesto nel giugno del 1998, un pensiero. Quell’anno morì Pezzi e lui vinse Giro e Tour. In realtà il 25 maggio, un paio di giorni dopo la vittoria di Marco a Piancavallo, morì anche mio padre, a 57 anni. Non c’ero quando Marco chiuse il Giro a Lugano, ma ricordo che lo chiamai il lunedì dopo il ritorno e gli feci i complimenti. Lui ringraziò, poi rimase zitto per un paio di secondi e aggiunse: “Spero che in parte sia servito a farti pensare anche ad altro…”. Non so chi gli avesse detto di mio padre, non io, ma il fatto che ci avesse pensato mi fece molto piacere».
Nel dvd n. 6 (“La speranza della rinascita”) della serie che lei e Pier Bergonzi avete dedicato a Marco, c’è un lungo racconto di Zaina sul suo rapporto con Marco, capitano ferito della squadra al Giro d’Italia 2000, a Zaina viene chiesto di sacrificare le sue ambizioni e restare con Pantani che si staccava. È intensissimo il racconto di questo rapporto complesso fra l’offesa di Pantani, capitano che non vinceva più, e l’offesa di Zaina innaturalmente sacrificato a un capitano in crisi. Ma alla fine del Giro, Marco sceglie di fare il gregario a Garzelli, sacrifica la sua vittoria di tappa e consegna al compagno la corsa, perché sente che quella ferita di Zaina va, in qualche modo, riconosciuta ed esige il sacrificio del capitano perché sia posto un riparo, sia pure indiretto.
Come era il rapporto di Marco con i suoi gregari? E quanto contava per lui il ruolo di capitano della squadra?

«Voleva bene ai suoi gregari e loro lo adoravano. Ricordo le lacrime di Velo in un hotel vicino a Cavalese nel 2001 quando disse che se ne sarebbe andato, lasciando il suo capitano in uno dei momenti di peggiore difficoltà.
Nella scelta di Pantani di restare alla Mercatone Uno, anche quando era evidente che la Ronchi stesse allestendo squadre sempre più scadenti, ci fu la voglia di non abbandonare il suo gruppo. Forse se ne sentiva anche protetto, senza che nessuno si rendesse conto, da un certo punto in poi, che quella protezione fu un altro passo verso la fine.
Dai compagni pretendeva correttezza e dedizione assoluta. Qualche esempio? Nel 1994 Pulnikov si ritrovò in fuga con lui nella tappa di Les Deux Alpes al Giro (quella con il Colle dell’Agnello in cui Marco attaccò da lontano per… ribaltare Berzin) ma non lo aiutò. Disse di essere stanco, poi però vinse la tappa. Marco al momento non disse nulla, difficile capire se con il sacrificio del russo sarebbe riuscito a vincere il Giro, ma nel dubbio a fine anno Pulnikov cambiò squadra.
Divertenti ed emblematiche anche le cronometro, al Giro e anche al Tour. La sera della prova, a tavola, Marco sfogliava l’ordine di arrivo e andava sempre a cercare il nome di Velo, che era stato campione italiano della crono. Se per caso Velo aveva fatto una bella prova, poteva essere certo di subire quantomeno una battuta feroce sul fatto che avesse sprecato troppe energie e il giorno dopo non ne avrebbe avute per tirare…
Quanto alla parola “capitano” fu la chiave che gli fece accettare la proposta di Pezzi per il 1997. Rileggendo vecchie interviste (ho dovuto documentarmi per rispondere a queste domande!) ho trovato una frase che risale all’inverno del 1996: “La parola gregario – diceva alla nascita della Mercatone Uno – è antica, ma ci sono pur sempre dei ruoli. Chi se ne intende, ne riconosce i pregi. È determinante che sia così. Può capitare di strillare, in corsa si è più irascibili, basta poco per scaldarsi. Però bisogna gridare solo quando è necessario: i compagni devono capire l’importanza del loro ruolo e la tensione di chi lotta per vincere”.
Dopo aver aiutato Garzelli, disse parole chiarissime: “Era un po’ che non portavo borracce, ma questa volta mi ha fatto piacere. Stefano era in imbarazzo perché vedeva che ero al suo servizio, stava a me fargli capire che ero lì per lui. Davanti comunque mi sentivo a mio agio. Quello è il mio ambiente…”.
Marco ricordava il fastidio che provò al Giro del 1994, quando era in condizione eccezionale e ugualmente nella prima parte fu costretto a tirare per Chiappucci. Si rese conto che a Garzelli e Zaina era toccata la stessa cosa e verso Briançon trovò il modo più spettacolare e commovente per sdebitarsi.
Se guardo nell’archivio dei miei articoli, i files di quelli che lo riguardano si chiamano più o meno tutti allo stesso modo: “panta” oppure “marco”. Il pezzo della sera di Briançon lo chiamai “the superday” perché quel giorno fu per tutti, per me in testa, qualcosa di eccezionale».
Questo suo modo di concepire il rapporto con la squadra è anche la realizzazione del suo modo di vivere il ciclismo? Solo nel momento della vittoria in salita ma sempre profondamente legato ai rapporti con l’ambiente ciclistico e all’immagine che quei rapporti gli rimandavano di lui?
«Ecco cosa mi disse nel 1996 dopo aver tolto il ferro dalla gamba: “Il lavoro in palestra mi aveva un po’ stufato, era diventato un’ossessione e in questi periodi per andare avanti si ha bisogno soltanto di tranquillità. Non so perché, ma dopo un po’ scappo da tutto quello che è troppo rigido. Il frequenzimetro, la palestra… tutto ciò che ingabbia il mio modo di essere. Io devo sempre trovare qualcuno da staccare, in corsa o in allenamento. Mica posso aspettare che una macchina mi dica quello che debbo fare. Ma figurati un po’… Vabbè che alcuni corridori sono costretti a dire certe cose perché ci sono sponsor e preparatori da accontentare, ma quando sento che uno non è andato bene nella crono perché aveva il frequenzimetro rotto o che un altro ha superato la Marmolada grazie a quello che leggeva sul display, se permetti mi dissocio. Ma tu hai mai visto Indurain guardare il frequenzimetro quando mena? Neppure lo porta a volte”.
Ricordo che al Tour del 1995, dopo la vittoria a Guzet Neige, mentre camminavamo vero il podio (c’era un freddo cane e anche la nebbia) Pier Bergonzi gli chiese se non si sentisse un eroe del passato a vincere in quel modo, attaccando da lontano. Lui lo guardò e rispose: “Bada bene, non sono un eroe del passato, forse sono semplicemente troppo moderno“.
Marco era questo, questo era il suo ciclismo, anche se la facilità nel fare le cose, questo irridere abitudini e preparatori che andavano per la maggiore lo ha reso inviso a tanti suoi colleghi. Aveva capito che il ciclismo delle tabelle e dei corridori incapaci di liberarsene era destinato a portare più guai che vantaggi e che l’unico modo per uscirne era tornare a modi di correre più tradizionali.
Ma volete mettere che differenza tra fare un pezzo con uno come Marco o con un Rominger, primo nome che mi è passato in testa, che parlava spesso e volentieri come un robot?».
Pantani era una persona con un forte senso dell’agonismo, una ragione di vita per lui, soprattutto negli ultimi anni in cui maggiormente, da questo punto di vista, era frustrato. Il suo deuteragonista è Lance Armstrong. Su questo rapporto molto è stato scritto e detto, lei, in un’intervista di qualche tempo fa, raccontò dell’affinità fra Marco e la sua versione texana, l’unico avversario considerato all’altezza, l’unico che potesse rappresentare un motivo per dire: “Voglio vivere. Per batterlo”.
Adesso Armstrong torna al ciclismo e lei ha seguito, per il suo giornale, le fasi di questo ritorno. Seguendo Armstrong, le è capitato di pensare a Marco?

«Ogni santo giorno, da quando Armstrong ha annunciato il ritorno, al punto che quando anche Bartoli ha sussurrato di voler tornare ho pensato che ci sarebbe stato bene anche un ritorno del Panta.

Il Tour del 2000 è stato l’unico assaggio di una rivalità che sembrava già scritta. Io non c’ero per vedere Coppi e Bartali, ho memoria sfocata di Saronni-Moser e ricordi ben più nitidi di Bugno-Chiappucci. Ma i carismi di Marco e Lance avrebbero prodotto qualcosa di inimmaginabile, mediaticamente e agonisticamente. Il ciclismo davvero avrebbe dominato di qua e di là dall’Atlantico. La forza di Marco e la forza di Lance, due così uguali da sembrare mondi diversi. I tifosi di Marco col Sangiovese e la bandiera del Pirata e quelli di Lance con gli hot dog e le stelle e le strisce.
Il nostro fotografo, Ilario Biondi, dice sempre che un solo corridore al momento dà un senso anche allo scatto più banale ed è Armstrong. Poi aggiunge che l’altro era Pantani. Questo per dire che due campioni capaci di simili sguardi sono in possesso di un orgoglio smisurato che li avrebbe portati a cercare il confronto anche nel momento apparentemente più innocuo.
Non si sopportavano. Lance ammirava Marco, che vinceva quando lui combatteva il cancro, ma rimase male quando il Panta disse che al Tour del 1999 non aveva avuto avversari all’altezza. Marco stimava Lance, ma proprio non riusciva a digerire quel suo sentirsi superiore, l’arroganza texana che per tanti versi profumava di Romagna.
Ciascuno era convinto di essere il migliore. La famosa teoria di Marco, secondo cui doveva andare forte in salita per abbreviare la sofferenza, nel confronto con Armstrong avrebbe avuto una vera sublimazione. Ogni salita sarebbe stata come contro Tonkov al Giro ’98, con la differenza – questo Marco lo sapeva bene – che l’americano sarebbe stato duro da battere. Molto più di Ullrich, molto più di tutti.
Marco amava il confronto ad alto livello, sfidava a braccio di ferro quelli più grossi e non smetteva finché non riusciva a batterli. Se ne fregava di stare con Virenque, lui cercava Indurain e Ullrich. Ricordo una sera dell’inverno ’92, nella trattoria da Franciosi a Poggio Berni. Non era ancora passato e già parlava di staccare Indurain…
Immaginate un’Alpe d’Huez testa a testa fra quei due, Marco Pantani e Lance Armstrong?
Bisognava fare di tutto per mandare Marco in una squadra degna del Tour. Gli bastava sentire quel nome, per sollevare le orecchie… Non ho ancora avuto occasione di chiedere a Lance un suo ricordo vero sul Pirata, ma lo farò quanto prima».
Se oggi Marco fosse vivo avrebbe 39 anni, si sarebbe già ritirato dal ciclismo, forse da tempo, visto che ha sempre detto che non voleva invecchiare in bici. Vedendo Armstrong tornare, che avrebbe pensato?
«”Se ricomincia lui, torno anch’io”. Poi avrebbe guardato i suoi bambini e lentamente avrebbe rinunciato e si sarebbe rimesso a fare il team manager della sua squadra tutta gialla. Credo che dopo un periodo di comprensibile… svago, il Marco quarantenne avrebbe avuto una vita normale. E credo anche che la storia del ciclismo successiva a Campiglio sarebbe stata molto diversa. Marco avrebbe vinto il Tour del 1999 e anche quello del 2000. Armstrong ne avrebbe vinti di certo, ma non sette, per cui alla fine la voglia di rivalsa di Marco nei suoi confronti sarebbe stata meno violenta di quanto sia stata in quei pochi mesi. Non sarebbe tornato, ma di certo avrebbe rilasciato almeno un’intervista spiegando ai rivali come staccarlo in salita e capire i sui momenti di difficoltà, avrebbe poi ironizzato sull’età di Lance, aggiungendo tuttavia che se avesse vinto sarebbe stato solo per la sua assenza… Non nascondo che mi sarei candidato per farla, quell’intervista».
Quale ciclista di oggi pensa che sarebbe piaciuto a Marco? E questo ciclismo di oggi , lo avrebbe sentito ancora come un mondo “suo”?
«Gli andava a genio Di Luca e gli piaceva il coraggio di “Chaba” Jimenez. Forse gli sarebbe piaciuto Riccò. Credo che lo avrebbe persino preso in squadra con sé e ora sarebbe con lui a preparare l’attacco ad Armstrong. Invece Campiglio ha segnato una svolta non solo nella sua vita, ma nella storia stessa del ciclismo. Ha fatto capire a un certo mondo che il ciclismo non si sarebbe mai difeso dalle offese più gravi: Campiglio ha aperto le porte al massacro del ciclismo.
Non credo che Marco si troverebbe a suo agio nel gruppo di adesso, in realtà mi chiedo quali corridori ci si trovino davvero.
Scherzando, la sera dello Zoncolan del 2003, gli dissi che il suo ciclismo romantico era finito quell’anno. Come poteva esistere il mito del Panta, se gli vietavano persino di buttare via la bandana in salita, costringendolo ad usare il casco? Disse che era vero, ma era un Marco rassegnato, ferito, ancorché finalmente di ottimo umore».
Non voglio parlare di doping ma una domanda gliela devo fare. Marco legge il numero di agosto 2008 di Bicisport la cui copertina dice: Tolleranza zero. Allora inizia a scrivere: “Caro Enzo…”. Come continuerebbe?
«“Caro Enzo, su qualcosa potreste anche avere ragione, ma non potete sperare di cavarvela così facilmente. A me sta anche bene la tolleranza zero, purché però mi assicuriate che allo stesso modo siano trattati i dottori e i manager. I corridori…
Noi abbiamo sempre pagato. Io ho dato la vita per un ematocrito alto dopo un controllo a dir poco discutibile. Chiappucci lo mandò a casa dai mondiali il presidente Ceruti, lo stesso che a Campiglio sembrava contento come una Pasqua.
Sai dirmi il nome di un corridore che non abbia pagato le sue colpe e verso cui sia stata usata una tolleranza superiore allo zero? Forse Basso, in un primo momento, poi anche lui s’è fatto due anni. E allora?
Tu che dopo tanti anni i corridori ormai dovresti conoscerli bene, sai anche quali sono i meccanismi per cui a volte si fanno certe fesserie. Ci sono gli stupidi, va bene, ma quelli ci sono sempre stati e ci saranno sempre. Però ci sono quelli che non pigliano lo stipendio da mesi, cui il team manager dice che se non si mettono a posto continuerà a non pagarli. E che cosa significa mettersi a posto?
Perché se la sono presa tutti con Riccò e nessuno è andato a fare domande a quelli che una settimana prima del Tour erano andati su tutti i giornali, vantandosi di avercelo mandato loro in Francia? Per carità, Riccardino ha sbagliato, ma io ricordo bene l’esuberanza dei 25 anni e so quanto sia importante avere attorno le persone giuste. Riccò al Tour non doveva andarci, perché allora mettergli in testa che poteva andare e spaccare tutto? A me, probabilmente, in ambito ciclistico da ragazzo mi ha salvato la vicinanza di Roncucci, di Martinelli e di Boifava. Ma Riccò chi aveva vicino? E se è vero che la squadra sapeva o sospettava certe cose da tempo, mi dici perché non lo hanno fermato prima?
Lo vedi allora perché la tolleranza zero non è a 360 gradi? Possono anche punire noi poveracci, perché alla fine siamo dei poveracci con la Ferrari ma senza dignità, ma se non cercano gli strumenti giuridici per mandare via quei bastardi che infestano il nostro mondo, le cose non cambieranno mai. Lo sai o no che certi dottori ormai non si sporcano più le mani e al massimo ti mandano da un collega all’estero?
Il mio slogan era: regole uguali per tutti. Beh, senza volervi fare la morale, credo che non sia così. Credo che continuare a punire noi atleti non serva a risolvere il problema. La ricerca della verità e della giustizia non si fa così. Ma ti capisco, non è facile venirne fuori…
».
Cosa le manca di più di Marco oggi? E cosa rimpiange di non aver fatto per lui?
«Mi manca il campione che non ha paura. Uno che di fronte al percorso del Giro 2009, ad esempio, già adesso cominci a dire: “Rifilo a tutti due minuti sulle Dolomiti, parto a metà Croce d’Aune e a San Martino faccio il resto. Poi ne becco tre nella crono e gliene mollo altri due sulle montagne che restano”.
Mi manca l’adrenalina della tappa di montagna. L’imprevedibilità. Mi manca l’ingenuità di quei primi anni. Mi manca il ciclismo fatto di uomini disposti a prendere una posizione: i corridori dovrebbero essere i padroni del ciclismo, invece fanno da sfondo per manovre avvilenti. Bettini lo aveva capito, ma alla fine anche lui si è arreso.
Cosa rimpiango di non aver fatto per lui? Rimpiango di essermi fatto bastare quello che mi dicevano. Rimpiango la fede, comune a tanti, che si sarebbe rialzato da sé. Rimpiango di non essere andato a casa sua dopo il Giro del 2003, quando il silenzio iniziava a trasformarsi in angoscia. Rimpiango di non averlo preso a pugni per quella vita che stava buttando via. Rimpiango l’incapacità di trovare il bandolo della matassa che collega Campiglio e Rimini. Ma l’ho scritto e lo ripeto: ci sono persone che hanno quello scempio sulla coscienza e un giorno per questo pagheranno il conto».
Come viveva Marco il successo e la popolarità di Pantani? In cosa trovava riparo, fino a che ha potuto trovarlo?
«Marco era un curioso e la popolarità lo attraeva, pur se ne avvertiva i pericoli. Cercava di prenderne il bello, come la possibilità di cantare in televisione, essere alle trasmissioni, fare quello che da ragazzo non era mai riuscito a fare. Al contempo, aveva pudore nel mostrare i suoi guadagni, l’auto nuova, la casa nuova, per paura che la gente pensasse male, che si fosse montato la testa. Però la popolarità non gli ha mai impedito di essere Marco, con gli amici, a casa. Poi però si è giunti al punto in cui le pressioni su di lui sono diventate eccessive e allora la popolarità ha iniziato a divorarlo. Dopo Campiglio, l’attenzione è diventata un fardello insopportabile. Un conto è essere salutato per un’impresa, un conto è essere additato per qualcosa di cui a detta della gente devi vergognarti. La popolarità a un certo punto è diventata pesante come il pregiudizio e contro questo non c’è stato più rimedio. Neanche in famiglia, il luogo in cui da sempre ha trovato riparo da tutto, Marco riusciva più a sentirsi sereno. Credo abbia ragione sua sorella Manola: Marco aveva un esaurimento che nessuno è stato capace di riconoscere. Smise di avere sintonia con il suo corpo e di credere agli amici di un tempo. Dicono che isolarlo fosse l’unico modo di non far sapere che faceva già uso di cocaina: i fatti dicono che a quel modo hanno iniziato a scavargli la fossa».
Ho sempre pensato che una persona muore davvero quando non interloquisce più con la realtà, con la coscienza dell’epoca: compito di chi vuole ricordarlo è continuare a cercare questo dialogo. In che modo è possibile, secondo lei, rallentare l’opera di monumentalizzazione di Marco e continuare, invece, a fargli “fare mondo”, come dicono i filosofi?
«Tenendo sempre aperta la porta sulla sua storia tragica, senza mai smettere di fare domande, affinché la verità possa prima o poi venir fuori. Portando la sua storia e il suo correre ad esempio dei più giovani, affinché capiscano che la differenza fra un campione e gli altri il più delle volte sta nel coraggio. Sforzandosi di capire e di ripetere che le sue parole di dieci anni fa su doping, antidoping e regole disuguali sono ancora tremendamente attuali. Perché dovrei dubitare della possibilità di un complotto, vedendo ad esempio il cinismo e la precisione scientifica con cui è stata gestita e… dosata l’Operación Puerto?».
Tra tante parole che oggi, anniversario della morte, si diranno su di lui, quale apprezzerebbe di più Marco? A parte il silenzio che, come anche lui sapeva, non è possibile.
«“È stato un uomo, un uomo onesto”.
È stato molto più uomo lui di tanti altri che hanno fatto festa davanti alla sua fine. Marco è stato un uomo, un uomo onesto, perché ha avuto il coraggio di ripetere fino alla morte che lo avevano fregato. Il corridore positivo dopo un po’ crolla e, se anche non confessa, se ne fa una ragione. Marco è morto gridando e scrivendo che lui a Campiglio era nelle regole. Purtroppo non ha potuto dimostrarlo e questo è stato alla base del suo crollo, dell’insicurezza, della paura che potesse succedere ancora. Anche io credo che l’abbiano fregato e che ci sia voluto più fegato a ripeterlo sino alla fine, di quanto ne sarebbe servito per ripartire facendo finta di niente.
Ma è bene ricordare che Marco aveva dei valori. Ho conosciuto la sua famiglia molto da vicino negli ultimi due anni. Sono gente semplice, i Pantani di Cesenatico, attaccati a valori semplici.
Sapete quante volte mi hanno chiesto se Tonina non si sia montata la testa, con quegli occhiali da sole e i capelli vaporosi? E io a rispondere che quella è apparenza e che dentro ha un inferno di dolore e domande.
A volte possono sembrare sopra le righe, ma quello fa parte del carattere romagnolo che a volte, per difendere un’idea, porta ad atteggiamenti che sembrano altezzosi. Anche di Marco scrissero che fosse arrogante, ma chi lo conosceva sa bene che quello era il suo modo sanguigno di sottolineare una convinzione. Marco aveva dei valori. Marco ha rispettato le regole scritte del suo mondo. Marco quel giorno era sotto a quel maledetto 50 per cento, di questo sono certo».
L’ultimo capitolo del suo libro, lo squarcio di romanzo che si apre nel racconto di una vita, ha lasciato in molti lettori la voglia di un seguito. La voglia di sentire quello che ha da dire o da fare o da sognare o da ricordare, il vecchio Marco. La voglia che dopo le parole di tanti, finalmente, parli il Panta. E che a dargli voce sia lei, visto che con lui ha avuto un rapporto privilegiato. Pensa sia proprio impossibile leggere da qualche parte “Il romanzo del vecchio Marco”?.
«Quel racconto in realtà esiste. Era nato pochi mesi dopo la morte di Marco, ne scrissi la traccia e poi cominciai a comporre un puzzle di episodi e fatti di fantasia che ricostruivano la storia di Pantani da un punto di vista che fosse un po’ vero e un po’ di fantasia. Poi si fece avanti Tonina e mi propose di fare il libro con lei e io riposi quel progetto in qualche angolo del computer.
Trovo difficile digerire che Marco sia morto, anche se ormai ricordare il suono della sua voce diventa ogni giorno più difficile. Avevo bisogno di immaginarlo da qualche parte a fare finalmente ciò che amava. Quel bambino sull’isola è chiunque lo abbia amato e di colpo l’abbia perduto. Forse è il giovane Vicennati al debutto in quel Giro d’Italia di vent’anni fa, che si è lasciato alle spalle anni e anni di corse e finalmente riconosce la sua prima ispirazione. Vai a saperlo cosa ti scatta in testa quando ti viene un’idea e cominci a scrivere…
Quella storia è sempre lì, in un file che si chiama “ninetto”, come avrebbe dovuto chiamarsi il bambino che sull’isola incontrò il vecchio pescatore e poi, tornatoci l’anno dopo non lo trovò più e iniziò a scavare e cercare per capire davvero chi fosse e cosa gli fosse successo…
Nel libro lo chiamai Marco dopo aver parlato con Wladimir Belli: mi diede l’idea il fatto che avesse chiamato suo figlio Marco.
Non so se leggeremo mai quel racconto, so che alcuni hanno apprezzato il finale così insolito, mentre altri speravano di scoprire nel libro il nome del colpevole e sono rimasti male».
Il vecchio Marco che non è morto e pesca sull’isola, un giorno, preso dall’ansia di non avere più tanto tempo, se ne va dall’isola. Dove andrebbe secondo lei?
«Non tornerebbe al vecchio mondo, non nella mia idea. Sparirebbe, ma questa volta sul serio. Perché dovrebbe andarsene dall’isola su cui ha tutto quello di cui ha bisogno? Forse per la paura di essere riconosciuto, per la paura che arrivino nuovamente con gli obiettivi e i microfoni. Credo che cercherebbe un’altra isola, ma farebbe in modo, tramite un amico, anche questa volta di rassicurare mamma Tonina: “Va’ e dille che sto bene”. Poi sparirebbe ancora. Dopo tanto patire, il vecchio mondo sarebbe davvero il posto peggiore in cui finire i suoi giorni.
Magari di notte, senza essere visto, passerebbe davanti alla sua casa per sincerarsi che Tonina e Paolo stiano bene, ma non di più. Sento che in qualche modo Marco è ancora vivo, ma non riesco a vederlo fisicamente in nessun posto che non sia quell’isola remota».
E se un giorno il vecchio Marco dovesse incontrare il vecchio Enzo Vicennati, magari di passaggio su quell’isola, cosa gli direbbe?
«Non riesco a immaginarlo. Temo che riconoscendomi da lontano farebbe in modo di non farsi vedere, lasciando appena intuire la sua presenza. Possiamo sentirci tutte le colpe del mondo, ma forse se a un certo punto ha deciso di chiudere tutto il mondo fuori e di correre ancora una volta da solo è perché ha sentito che nessuno avrebbe potuto aiutarlo a trovare quello che cercava. No, non credo che verrebbe a dirmi qualcosa. Spero che avrebbe un sorriso ricordando quei momenti così belli, ma poi sparirebbe ancora, mentre io per qualche misteriosa sensazione, continuerei a sentire che è ancora vivo».

Maria Rita Ferrara

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